Resilienza: la priorità nel nuovo ordine globale

Resilienza: la priorità nel nuovo ordine globale

Ci troviamo in un mondo sempre più frammentato, in cui le istituzioni create allo scopo di gestire i conflitti incontrano una crescente difficoltà. Per far fronte alle nuove sfide, la parola chiave per gli investitori è resilienza. Una resilienza che consenta di mantenere uno sguardo di lungo periodo

In un mondo conteso e decentralizzato come quello attuale, occorre prendere consapevolezza della persistenza dei rischi geopolitici e conoscere le dinamiche di approvvigionamento per individuare il valore in economie sempre più regionalizzate e caratterizzate da dipendenze più selettive, con un orizzonte temporale esteso. Andy Budden, investment director presso Capital Group, analizza il nuovo ordine mondiale, suggerendo come non farsi cogliere impreparati.

Per farlo, prende spunto da una riflessione: gli ordini mondiali partono da una stabilità iniziale per poi rinnovarsi in seguito a una crisi. In particolare, l’assetto attuale è il risultato della progressiva erosione dell’ordine successivo alla Guerra fredda – iniziata dopo la crisi finanziaria globale e accelerata da una serie di shock – ed è caratterizzato da una globalizzazione sempre più politicizzata. In tale scenario individua tre cambiamenti importanti: istituzioni globali più deboli, economia sempre più al centro del conflitto, potere più diffuso.

1. Istituzioni globali più deboli

Le istituzioni create allo scopo di mantenere ordine a livello mondiale, come l’ONU, sono sempre meno efficaci. I Paesi ricorrono meno ad accordi globali e più a coalizioni ristrette. Un esempio è rappresentato dalla risposta all’invasione russa dell’Ucraina, dove, anziché coordinarsi attraverso istituzioni come l’ONU, Stati Uniti, UE e i loro partner hanno risposto con il congelamento di una quota significativa delle riserve della banca centrale russae con la limitazione dell’accesso a parti fondamentali del sistema finanziario internazionale.

2. Economia sempre più al centro del conflitto

Il conflitto globale si sta spostando sempre di più verso l’ambito economico. Non solo: la vera leva di potere non risiede tanto nella scarsità delle risorse, quanto nel controllo dei canali attraverso cui esse circolano. Gli Stati utilizzano i colli di bottiglia come strumenti di potere, come dimostrano le tensioni legate all’Iran ealle principali rotte energetiche e marittime della regione. L’impatto economico si manifesta soprattutto attraverso le frizioni nei trasporti e nei flussi commerciali, più che attraverso una vera e propria carenza dell’offerta. Questo può avere un impatto più duraturo su crescita, inflazione e redditività delle imprese.

3. Diffusione del potere

Le grandi potenze continuano a esserci, ma oltre a queste Stati più piccoli stanno affermando una maggiore autonomia e stringendo alleanze in modo selettivo. I Paesi stanno lavorando per ridurre la dipendenza da un unico sistema sia nel commercio, sia nella tecnologia e nella finanza. Emblematico è l’utilizzo di valute locali da parte di alcuni Stati, in particolare i BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti – in alcuni ambiti selezionati delle transazioni transfrontaliere.

Fattori in comune ai blocchi di potere

In questo nuovo ordine, si possono individuare degli elementi in comune tra i blocchi di potere esistenti. Stati Uniti e Cina sono ancora al centro dei mercati globali, ma cambiamenti politici, catene di approvvigionamento e concorrenza tecnologica rendono sempre più incerti gli esiti. Al contempo, la Russia e gli Stati del Golfo tendono a influenzare i mercati principalmente attraverso i prezzi dell’energia e le materie prime. UE, Giappone e India, invece, possono offrire fonti di diversificazione legate a politiche locali, riforme e crescita regionale.

Come farsi trovare pronti di fronte al nuovo ordine?

Andy Budden delinea l’atteggiamento che, a suo avviso, può aiutare gli investitori a cogliere la complessità attuale.

L’esperto sottolinea l’importanza della resilienza in un contesto in cui le tensioni geopolitiche non sono solo sempre più frequenti, ma anche sempre più persistenti. Questo implica l’importanza di non sottostimare ladurata delle tensioni, delle sanzioni, dei dazi e delle restrizioni commerciali. Inoltre, secondo Budden, gli investitori dovrebbero essere in grado di guardare oltre la domanda e l’offerta per comprendere appieno la dipendenza da rotte di trasporto, infrastrutture, fornitori, fonti di finanziamento e altre reti strategiche. In particolare, la riduzione delle dipendenze economiche e strategiche assume un ruolo sempre maggiore. In tale scenario, le società che dipendono da catene di approvvigionamento altamente globalizzate e a basso costo potrebbero essere penalizzate, a vantaggio delle aziende allineate alle priorità nazionali, che potrebbero beneficiare di investimenti pubblici, incentivi o sostegno normativo.

L’esperto conclude quindi sostenendo che la geopolitica è ormai passata dai margini al centro dei mercati: in tale contesto, il vantaggio strategico non risiede nella capacità di prevedere ogni possibile esito, ma nell’analizzare i cambiamenti con disciplina e nel mantenere una prospettiva di lungo periodo.

Ritratto in bianco e nero di una giovane donna con lunghi capelli scuri, che indossa un blazer su un top scuro, sorride leggermente e guarda l'obiettivo, su uno sfondo chiaro.

di Giulia Morena

Giornalista multimediale di We Wealth, è laureata in Management per l’Impresa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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