Carmignac illustra come gli investitori possano provare a trasformare l’attuale fase complessa dei mercati obbligazionari in un insieme di nuove opportunità.
Un percorso che passa anche attraverso il fondo Carmignac Portfolio Flexible Bond.
Persistono tensioni importanti
Da un lato, gli investitori hanno preso atto dell’intenzione dei Paesi dell’Eurozona di introdurre nuovi stimoli fiscali, con un conseguente aumento generalizzato dei tassi a lungo termine in tutta l’area. Dall’altro, le prospettive per gli Stati Uniti si sono rivelate decisamente più volatili nel corso del 2025.
L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha alimentato timori sul potenziale di crescita delle imprese e del mercato del lavoro statunitensi. Timori accentuati dallo shutdown amministrativo che ha limitato la visibilità degli investitori sulla resilienza dell’economia alla chiusura dell’anno fiscale.
In questo contesto, i tassi USA a lunga scadenza sono scesi di 40 punti base nel 2025. Anche sui tassi a breve, dopo tre tagli consecutivi da parte della Federal Reserve nel 2025, il consensus continua a ipotizzare ulteriori riduzioni nel 2026.
Si presenta un quadro geopolitico tutt’altro che stabile, con un’inflazione ancora superiore all’obiettivo della Fed e stimoli fiscali destinati a restare rilevanti fino alle elezioni di midterm di novembre.
In tale scenario può risultare sensato gestire in modo attivo l’esposizione ai tassi, lungo l’intera curva, tenendo conto degli attuali livelli dei mercati obbligazionari statunitensi e del contesto ancora incerto.
I deficit fiscali prolungano il ciclo, ma con squilibri crescenti
L’attuale scenario geopolitico spinge molte economie verso politiche di spesa impegnative, legate sia agli obiettivi di rimilitarizzazione sia alle costose guerre commerciali.
L’ampliamento dei deficit pubblici accresce l’onere degli interessi sul debito, rafforza gli squilibri di bilancio e alimenta le emissioni obbligazionarie necessarie a finanziare il servizio del debito sovrano.
Secondo Carmignac, l’eccesso di offerta di titoli di Stato sul mercato tende a scontrarsi con una domanda più selettiva. Il “carry trade” giapponese si sta riducendo, investitori tradizionalmente meno sensibili al prezzo – come Banche centrali o fondi pensione – iniziano a ridimensionare l’esposizione al debito sovrano. Allo stesso tempo molte economie emergenti in questa fase sembrano privilegiare l’oro rispetto ai titoli governativi dei Paesi sviluppati.
Da un lato società e, più in generale, asset rischiosi possono beneficiare della crescita aggiuntiva generata da queste politiche fiscali espansive. Dall’altro il potenziale di ulteriore restringimento degli spread creditizi appare limitato, sia nel debito corporate, sia nel credito emergente estero, sia nel debito nel suo complesso.
In questa fase del ciclo, ciò spinge verso una selezione mirata degli emittenti di credito, piuttosto che verso una strategia generalizzata su asset rischiosi come l’high yield, basata unicamente sull’idea che il ciclo prosegua e continui a generare rendimenti.
Allo stesso tempo, il tema dell’aumento strutturale dei livelli di debito sovrano nei Paesi sviluppati può essere visto come un’opportunità di investimento. Una gestione attiva e flessibile della curva dei tassi può cercare di beneficiare di un incremento più marcato dei rendimenti a lungo termine rispetto al tratto breve. Dovrebbe inoltre permettere di individuare le migliori opportunità in un universo in cui la convergenza dei tassi ha spesso mascherato percorsi macroeconomici molto diversi tra loro.
Gli emittenti emergenti in posizione di vantaggio relativo
In un contesto globale frammentato e non sincronizzato, gli emittenti dei mercati emergenti appaiono meglio posizionati in un’ottica prospettica rispetto a quelli dei Paesi sviluppati.
Con l’eccezione di parte dell’Asia, ancora condizionata da dinamiche deludenti dell’epicentro cinese, molti Paesi emergenti condividono alcuni tratti comuni. Questi includono un calo generalizzato dei prezzi al consumo, una crescita modesta ma positiva e livelli di debito sotto controllo grazie alle misure adottate oltre dieci anni fa.
Queste economie beneficiano anche della crescente “balcanizzazione” dello scenario globale. L’emergere di nuovi esportatori di materie prime, il reshoring di catene produttive asiatiche tradizionalmente vicine ai consumatori occidentali e il nuovo allineamento di parte del Sudamerica con l’amministrazione Trump offrono ulteriori sostegni.
In questa fase Carmignac privilegia il debito emergente in valuta locale, che presenta livelli di carry elevati e un potenziale significativo di restringimento degli spread. Questo in un contesto in cui le Banche centrali di tali Paesi hanno mantenuto politiche monetarie restrittive per tenere l’inflazione allineata ai propri obiettivi. Anche i fattori tecnici risultano favorevoli, grazie all’aumento dei flussi verso questa asset class, che dovrebbe contribuire a sostenere le valutazioni nei prossimi mesi.
L’inflazione resta un tema centrale
Le riforme varate nel 2025 dall’amministrazione Trump iniziano a farsi sentire sull’economia statunitense nel corso del 2026. Sebbene l’inflazione si sia mantenuta attorno al 3% nell’ultimo anno, l’effetto dei dazi sulle prossime statistiche rappresenta un potenziale problema per la Fed. La banca centrale dispone di margini limitati per contrastare una nuova fiammata dei prezzi se non adottando un atteggiamento più restrittivo.
Anche la nuova politica sull’immigrazione decisa dagli Stati Uniti potrebbe accentuare le tensioni sul mercato del lavoro e spingere al rialzo i salari. La strategia di “remigration” e il netto rallentamento dei nuovi flussi migratori aumentano il rischio di una spirale prezzi-salari, tipicamente molto inflazionistica nel lungo periodo.
Per Carmignac, questo scenario non è solo una fonte di rischio, ma anche una potenziale opportunità di rendimento. Non sembra infatti pienamente incorporato nelle aspettative di mercato, ancora orientate verso un’inflazione intorno al 2,5% per i prossimi anni. Ogni volta che i dati sui prezzi al consumo sorprendono al rialzo, un’esposizione a obbligazioni indicizzate all’inflazione o a swap sull’inflazione può generare extra performance.
Una dinamica simile si osserva nell’Eurozona, dove il calo dei prezzi delle materie prime ha contribuito ad attenuare l’inflazione nel 2025, con un rischio di recrudescenza legato proprio agli stimoli fiscali e al ritorno del protezionismo.
In un contesto geopolitico ancora teso, gli strumenti indicizzati all’inflazione possono inoltre fungere da copertura macroeconomica in caso di nuovi rialzi delle materie prime.
Un’opzione nella configurazione di mercato attuale: Carmignac Portfolio Flexible Bond
Alla luce di questi elementi, il quadro obbligazionario può inizialmente generare incertezza negli investitori, complice la combinazione di valutazioni elevate e squilibri economici. Tuttavia, un atteggiamento puramente attendista rischia di essere penalizzante in un contesto in cui i rendimenti privi di rischio (come strumenti monetari, fondi in euro o prodotti strutturati) sono spesso inferiori all’inflazione.
Nell’universo obbligazionario, gli strumenti indicizzati all’inflazione restano, a giudizio di Carmignac, uno dei sottosegmenti ancora interessanti. Contrariamente gran parte del debito corporate e sovrano offre margini ridotti di ulteriore compressione degli spread.
Carmignac Portfolio Flexible Bond ha circa il 20% del portafoglio investito in obbligazioni indicizzate all’inflazione e oltre 300 punti base di duration esposta tramite swap sull’inflazione. Questo posizionamento cerca di beneficiare di un contesto di inflazione strutturalmente più elevata.
Le strategie obbligazionarie tradizionali soffrono in genere le fasi di risalita dell’inflazione, a causa delle correzioni sulle curve dei rendimenti. Il mandato flessibile del Fondo invece, consente di adottare, tramite derivati, una sensibilità neutra o persino negativa ai tassi, con l’obiettivo di trarre vantaggio da un ambiente di rialzo dei rendimenti.
Questa flessibilità si riflette anche nella gestione dell’esposizione complessiva agli asset del mercato monetario e nelle strategie di copertura, che mirano a proteggere il portafoglio da valutazioni talvolta eccessive, in particolare nel credito. L’allocazione discrezionale del capitale su una selezione di emittenti consente inoltre di mirare a livelli di remunerazione corretti per il rischio potenzialmente interessanti.
Dall’arrivo di Guillaume Rigeade ed Eliezer Ben Zimra come cogestori, nel luglio 2019, Carmignac Portfolio Flexible Bond ha sovraperformato i mercati obbligazionari nelle diverse fasi di mercato. In particolare, nelle fasi di fine ciclo e di contrazione, caratterizzate da una forte generazione di performance relativa. Grazie alla diversificazione dei driver di rendimento e alla bassa correlazione con gli indici obbligazionari tradizionali, il Fondo si presenta oggi ben attrezzato per affrontare i prossimi mesi di questa complessa fase di late cycle.
Carmignac Portfolio Flexible Bond A EUR Acc
ISIN: LU0336084032
Periodo minimo di investimento consigliato 3 anni Livello di rischio* 2/7 Classificazione SFDR** Articolo 8
*Scala di Rischio del KID (documento contenente le informazioni chiave). Il rischio 1 non significa che l’investimento sia privo di rischio. Questo indicatore può evolvere nel tempo. **Regolamento SFDR (Regolamento relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari) 2019/2088. La classificazione SFDR dei Fondi può evolvere nel tempo.
Principali rischi del Fondo
Tasso d’interesse: Il rischio di tasso si traduce in una diminuzione del valore patrimoniale netto in caso di variazione dei tassi. Credito: Il rischio di credito consiste nel rischio d’insolvibilità da parte dell’emittente. Cambio: Il rischio di cambio è connesso all’esposizione, mediante investimenti diretti ovvero utilizzando strumenti finanziari derivati, a una valuta diversa da quella di valorizzazione del Fondo. Azionario: Le variazioni del prezzo delle azioni, la cui portata dipende da fattori economici esterni, dal volume dei titoli scambiati e dal livello di capitalizzazione delle società, possono incidere sulla performance del Fondo.
L’investimento nel Fondo potrebbe comportare un rischio di perdita di capitale.
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