Il dollaro Usa resta al centro dell’attenzione degli investitori globali in una fase segnata ancora da squilibri commerciali, riallineamento della crescita globale e nuove tensioni sul fronte geopolitico. In questo contesto, l’interesse per gli asset statunitensi potrebbe restare sostenuto nei prossimi mesi, secondo gli esperti di BNY Investments.
Il punto, però, non è solo se i capitali continueranno a dirigersi verso gli Stati Uniti, ma anche con quale intensità, con quale grado di copertura e con quali effetti sul biglietto verde. Una valuta che, nelle fasi di stress geopolitico, tende a rafforzarsi e a beneficiare di flussi difensivi, confermando il suo ruolo di bene rifugio.
Il deficit commerciale continua a pesare sul dollaro
Il motto “America First” ha fornito una traiettoria chiara alla strategia commerciale trumpiana, ovvero riportare attività produttive e filiere negli Stati Uniti, riducendo così la dipendenza dall’estero. In termini macroeconomici, però, il nodo resta il deficit commerciale e le condizioni necessarie al suo riequilibrio. Ed è su questo piano che si sviluppa l’analisi di BNY Investments.
I cambiamenti nella politica commerciale e industriale hanno coinciso con una riduzione del deficit commerciale, complessivo di beni e servizi, a 54,5 miliardi di dollari nel mese di gennaio (dai 72,9 miliardi di dicembre 2025). Si tratta però di un riequilibrio ancora parziale che, secondo BNY Investments, può avvenire solo attraverso due strade.
“Nel primo caso il riequilibrio passa attraverso un raffreddamento della domanda. Nel secondo, invece, si inserisce in un contesto più favorevole all’espansione dell’economia globale”, spiegano gli esperti.
Oggi, queste dinamiche sembrano entrambe in atto. Da un lato, i dazi – seppur ridimensionati rispetto alle percentuali dichiarate inizialmente – funzionano come una tassa sui consumi interni, rallentando la domanda. Parallelamente, misure fiscali più espansive in economie come Germania e Cina stanno contribuendo a sostenere l’attività economica fuori dagli Stati Uniti, coerentemente con l’ipotesi di una progressiva convergenza della crescita globale.
Inoltre, oggi, è importante guardare con attenzione alle traiettorie delle banche centrali. Sullo sfondo, infatti, pesa anche il rischio geopolitico in Medio Oriente. L’aumento dei prezzi dell’energia ha reso più caute le aspettative sui tagli dei tassi, soprattutto negli Stati Uniti, e potrebbe indurre le banche centrali a mantenere un approccio prudente. Decisioni che avranno un impatto sulla costruzione di portafoglio e sulla propensione degli investitori a diversificare con asset statunitensi.
Perché le valutazioni elevate limitano il potenziale del dollaro
Un secondo elemento di pressione sul dollaro riguarda le valutazioni. Nonostante la correzione registrata nel 2026, la valuta statunitense continua a collocarsi su livelli elevati rispetto ai parametri di lungo periodo più usati dal mercato, come la parità di potere d’acquisto e il tasso di cambio effettivo reale (REER). In altre parole, secondo BNY Investments, il dollaro resta ancora “ricco” in termini storici e quindi esposto a ulteriori fasi di debolezza.
Asset statunitensi: perché l’interesse resta alto
Questi fattori hanno contribuito a mantenere alto l’interesse degli investitori globali verso asset denominati in dollari Usa. Ma, secondo gli esperti, non sono gli unici.
“Anche gli incentivi a coprire il rischio di cambio sull’esposizione agli asset statunitensi stanno diventando sempre più interessanti. A incidere è soprattutto l’aumento dei premi a termine, che potrebbe rendere più ripida la curva dei rendimenti Usa. Una curva più ripida, infatti, aumenta il rendimento che gli investitori stranieri possono ottenere coprendo l’esposizione alle obbligazioni in dollari e innalza anche il rapporto di copertura ottimale. Di conseguenza, anche se i capitali continueranno ad affluire verso gli asset statunitensi, è probabile che una quota crescente di questi flussi arrivi già coperta, attenuando quel sostegno al dollaro che storicamente ha accompagnato gli afflussi”, chiariscono.
Il punto, quindi, non è solo se i capitali continueranno o meno a dirigersi verso gli Stati Uniti, ma anche in che forma lo faranno e con quale impatto sulla valuta.
Nel medio-lungo periodo, secondo gli esperti di BNY Investments, il REER potrebbe rientrare verso la media degli ultimi dieci anni. A sostenere questo scenario sarebbero tre tendenze di fondo: “un minore divario di crescita tra Stati Uniti e resto del mondo, maggiore ricorso alla copertura valutaria sugli investimenti internazionali e un dollaro che, nonostante la correzione del 2026, resta ancora forte rispetto ai parametri di equilibrio di lungo periodo”, concludono.

