Il gestore di portafoglio Oliver Blackbourn e il Global Head of Multi-Asset Adam Hetts presso Janus Henderson Investors analizzano le implicazioni di mercato di una possibile instabilità prolungata. Sotto esame gli obiettivi, la durata e la reazione dei mercati.
L’importanza dell’obiettivo e della durata
Obiettivo e durata del conflitto sono aspetti incerti ma di grande rilievo per determinare le sorti dello scenario macroeconomico globale.
L’intenzione degli Stati Uniti di eliminare l’uranio arricchito potenzialmente utilizzabile a fini nucleari si scontra con le ritorsioni iraniane e con la linea dura del nuovo assetto politico del Paese. L’Iran ha infatti dichiarato che può mantenere l’attuale tasso di risposta per sei mesi.
Dalla definizione degli obiettivi e dalla risposta iraniana dipenderà dunque la durata del conflitto. Questo potrebbe comunque risolversi in fretta, a fronte delle elezioni mid-term statunitensi e del conseguente intento di evitare un aumento del costo della vita. Non è quindi da escludere una rapida fine dell’escalation, ma la durezza dei contraccolpi non sembra confermare questa tesi.
Un conflitto a lungo termine e potenziali restrizioni prolungate dello stretto di Hormuz rappresentano una minaccia ai danni di infrastrutture e forniture energetiche. La mancanza di chiarezza degli obiettivi di Stati Uniti e Israele non contribuisce a ridurre l’incertezza e lo spettro di uno scontro prolungato.
I mercati reagiscono e iniziano a prezzare l’ipotesi di una maggiore durata
I mercati rispondono e iniziano a ipotizzare scenari di un prolungamento del conflitto. Il prezzo del petrolio è schizzato e la minaccia inflazionistica incombe sugli investitori sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina del 2022.
Il rischio, se il rincaro dell’energia dovesse protrarsi, è quello di uno scenario di stagflazione, caratterizzato da inflazione più elevata e crescita economica più debole.
Le prospettive sulle politiche monetarie sono quelle di un approccio sempre meno accomodante, con conseguenti rendimenti in salita che fanno soffrire il comparto obbligazionario.
I mercati scontano ora per la BCE oltre 1,5 rialzi dei tassi entro la fine del 2026 e anche le aspettative sulle decisioni della Banca d’Inghilterra stanno virando verso l’alto.
Anche lato USA i mercati stanno prezzando meno tagli per l’anno in corso di quelli precedentemente previsti, con un impatto sui rendimenti dei Treasury a 10 anni. Impatto tutto sommato modesto però, perché i dati sull’occupazione USA portano a credere che la politica monetaria futura non possa essere eccessivamente restrittiva.
L’incertezza ha rafforzato il dollaro, dato che l’economia americana sembra possa resistere meglio a uno shock energetico. L’oro ha invece registrato performance altalenanti rispetto a quelle osservate in recenti periodi di volatilità.
Nei mercati azionari si rileva una parziale inversione di rotta: i titoli growth, e in parte anche quelli legati all’IA, tornano a essere riconsiderati dopo una prima fase del 2026 più difficile, mentre i value risentono maggiormente dell’incertezza legata all’energia.
Le valutazioni elevate con cui molti mercati azionari erano entrati nel conflitto si stanno ora ridimensionando e a perdere più terreno sono soprattutto i listini che avevano corso di più da inizio anno.
In conclusione
In un contesto in cui obiettivi e durata del conflitto restano incerti, i mercati continueranno probabilmente a muoversi in virtù delle notizie provenienti dal fronte geopolitico.
Se l’instabilità dovesse protrarsi, le pressioni inflazionistiche e le ripercussioni sulla crescita globale potrebbero diventare sempre più evidenti, alimentando la volatilità e ridefinendo le aspettative degli investitori nei prossimi mesi.

