Imprese: in Europa aiuti di stato illegittimi

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Fiscalità decisa a livello nazionale e Unione europea con al suo interno diversi paradisi fiscali che offrono regimi fiscali molto agevoli per le imprese. Questo il quadro imprenditoriale a livello Ue

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L’ultima decisione della Corte Ue nel caso Apple- Irlanda non fa ben sperare, dato che si è deciso a favore della multinazionale e dell’Irlanda

Tommaso Di Tanno docente al master Tributario dell’Università Bocconi spiega come allo stato attuale sia fin troppo semplice costruire un modello di business che legittima scorrettezza fiscale

“Allo stato attuale è fin troppo facile costruire un modello di business che legittima un elevato prelievo di cassa presso clientela europea e, ciononostante, la formazione (ahinoi: legittima) di insignificanti basi imponibili nel territorio unionale. Occorrerebbe un accordo internazionale – meglio se in sede Ocse – che gli Stati Uniti, però, palesemente sabotano. E spingendo così a irrazionali (e maldestre) iniziative nazionali, come nel caso della Francia e dell’Italia che hanno varato leggi nazionali applicabili da quest’anno, ma di assai dubbia efficacia”, così Tommaso Di Tanno docente al master Tributario dell’Università Bocconi commenta la questione della concorrenza fiscale sleale in Europa.
L’ultimo caso che ha confermato l’agire impunito dei paradisi fiscali all’interno dell’Unione europea è stato proprio Apple- Irlanda. La corte Ue ha infatti dato ragione alla società di Cupertino. Nel 2016 la Commissione aveva accusato l’Irlanda di aver concesso degli aiuti di stato illegali alla Apple in cambio di investimenti e per questo aveva condannato il colosso del Web ad una maxi multa, che (ad oggi) non vedrà la luce vista la sentenza della Corte Ue. Non è però la prima volta che si ribalta una decisione presa dalla Commissione sulle multinazionali Usa e sui paradisi fiscali all’interno dell’Ue. Nel 2018 McDonal’s e il Lussemburgo vennero infatti scagionati dall’accusa di aiuti di stato, fatta precedente dalla Commissione europea. In entrambi i casi i giudici hanno smontato le tesi portate dal commissario europeo di turno e hanno sostenuto che la Commissione non sia riuscita a portare  a termine le accuse contro le società e i paesi in questione. In sostanza le prove erano troppo deboli e lacune e in alcuni casi lo stesso lavoro della Commissione è stato troppo “pasticciato”. Questo ha fatto sì che Apple e McDonald’s avessero vita facile, vincendo i ricorsi presentati.

Il caso Apple- Irlanda

Apple ha due controllate irlandesi. Nei rapporti intragruppo è stabilito che tutti gli asset intangibili come i software, brevetti e il know how sviluppati all’interno del gruppo appartengono alla capogruppo che li concede in uso gratuito alle controllate. Queste però per l’uso gratuito sono obbligate a sostenerne dei costi di ricerca e sviluppo. In aggiunta la capogruppo fornisce alle controllate altri servizi, come può essere il marketing. E anche questi sono pagati.

Questa struttura operativa carica dunque di costi le controllate irlandesi e consente un evidente e – continua Di Tanno – rilevante trasferimento dei relativi profitti verso la capogruppo. “Il risultato è l’applicazione delle ordinarie imposte irlandesi (aliquota 12,5 per cento) su una base imponibile assai ridotta (è così che viene fuori l’aliquota dello 0,02 per cento). Ma comporta anche una consistente attività (manifatturiera, commerciale, di assistenza e di amministrazione) delle società irlandesi nel locale territorio, con evidenti benefici per l’occupazione in termini di occasioni di lavoro e di arricchimento professionale”, spiega il professore.

Scoperta questa struttura la Commissione ha dunque deciso di intervenire dato che riteneva illegittimi i ruling. Questi vennero considerati al pari di aiuti di stati illegali. E proprio per questo ha deciso di approfondire il caso dando poi un multa di 13 miliardi di euro alla Apple. Soldi che dovrebbero andare a compensare le tasse che la società americana non ha pagato in tasse al governo irlandese.

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