Che peso possono avere i titoli di società quotate europee in una strategia di diversificazione globale di un portafoglio? Per rispondere a questo interrogativo, Niall Gallagher, Lead Portfolio Manager of Jupiter European Select, punta l’attenzione innanzitutto sulla provenienza geografica dei ricavi delle società europee e sul concetto di diversificazione da valutare anche a seconda del numero di titoli da inserire in portafoglio e dell’effettiva possibilità di monitoraggio.
Aziende europee vs domanda europea: un tema strutturale
Le grandi società quotate, con sede in Europa, hanno generalmente una base di ricavi distribuita a livello globale. A riprova di questo, fa notare il gestore di Jupiter Asset Management: “l’indice STOXX Europe 600 replica l’andamento di 600 società a grande, media e piccola capitalizzazione in 17 paesi europei e copre quasi il 90% della capitalizzazione di mercato a flottante libero della regione (STOXX, 2026). Il suo fatturato complessivo non è, tuttavia, indicativo della domanda europea. Su base media ponderata, circa la metà di tali ricavi proviene da fuori Europa, secondo i dati FactSet GeoRev citati da STOXX al 31 marzo 2026”.
La strategia di investimento nei titoli del Vecchio Continente può dipendere da valutazioni cicliche e quindi dall’accuratezza di una previsione macro. Oppure si possono fare delle valutazioni strutturali con un orizzonte temporale più lungo, sottolinea Gallagher.
Mercati globali a confronto
Il mercato unico europeo, secondo i dati 2025, contava circa 450 milioni di abitanti, un numero significativo e superiore al numero di abitanti negli Stati Uniti di circa 340 milioni di consumatori. Tuttavia, questa cifra può rivelarsi insufficiente per le multinazionali che intendano raggiungere la scala e la redditività richieste da una leadership globale.
Tra le differenze tra il mercato USA e quello europeo, al di là dei numeri, vi sono le caratteristiche di unicità di lingua e cultura di consumo statunitensi (oltre a una regolamentazione centralizzata che praticamente annulla le barriere burocratiche interne tra i diversi stati) contro la frammentazione dei 27 stati europei sia a livello di lingua e cultura, oltre che di sistemi normativi.
Inoltre, vale la pena ricordarlo: il mercato nordamericano dei capitali è il più liquido e centralizzato al mondo e in grado di far raccogliere alle aziende americane importanti quantità di investimenti domestici prima di considerare l’opzione estera, mentre per le imprese europee la situazione è diversa e prevale il canale di finanziamento bancario.
Diversificazione, concentrazione ed esposizione reale al rischio
Il livello di diversificazione di un portafoglio è una scelta che va analizzata con attenzione e non coincide necessariamente con il detenere centinaia o anche migliaia di posizioni. Se non c’è un attento monitoraggio di quello che sembra un portafoglio molto diversificato, sostiene Gallagher, potrebbe esserci in realtà un’esposizione significativa a una ristretta serie di rischi sistematici distribuiti su molti titoli.
Secondo alcuni studi, evidenzia ancora l’esperto di Jupiter AM, una diversificazione sufficientemente ampia per il controllo del rischio e in grado di permettere un effettivo monitoraggio dei titoli può collocarsi già sull’ordine di grandezza di 30-50 titoli. Seguendo questa logica, spiega Gallagher: “un portafoglio composto da 30 a 50 titoli europei può coprire contemporaneamente diversi temi economici indipendenti: la transizione energetica, attraverso i produttori di tecnologie industriali e rinnovabili; l’invecchiamento demografico, attraverso il settore farmaceutico e sanitario; la digitalizzazione, attraverso l’automazione e il software; e i consumi globali, attraverso le multinazionali dei beni di consumo e del lusso. La naturale varietà dell’industria europea consente a un portafoglio concentrato di rimanere diversificato tra i fattori che influenzano effettivamente i rendimenti”.
La diversificazione, secondo il gestore, dipende più dall’attività delle aziende inserite in portafoglio che dal loro numero e, in questo caso, le competenze del gestore e la sua capacità di selezione possono fare la differenza. Questo però non vuol dire che possa esistere un portafoglio o una strategia di investimento capace di isolare le aziende europee da grandi rischi globali come fluttuazioni valutarie, cambiamenti normativi o variazioni della domanda globale. Ad esempio, se l’euro si rafforza troppo rispetto al dollaro, i prodotti all’estero diventano più cari e meno competitivi. Lo stesso potrebbe accadere per nuove leggi impreviste che aumentino i costi aziendali o, ancora, in caso di rallentamento dell’economia globale, la domanda di beni europei come il lusso o i macchinari potrebbe crollare repentinamente. In conclusione, al verificarsi di scenari come quelli appena descritti, nessun grado di diversificazione può azzerare il rischio di pesanti ripercussioni economiche.


