Quando si chiede a un consulente finanziario dove finisca, oggi, la competenza dell’AI, la risposta arriva quasi sempre uguale: sul portafoglio globale. Troppi mercati, troppe correlazioni, troppa complessità perché una macchina possa davvero sostituire l’occhio esperto. È una risposta rassicurante ma, secondo me, totalmente sbagliata. Perché il portafoglio, a ben guardare, è proprio il terreno su cui i modelli si muovono con maggiore naturalezza. L’allocazione multi-asset, il ribilanciamento, l’ottimizzazione fiscale, gli scenari di stress su geografie che un singolo professionista non riuscirebbe a seguire in una vita intera: qui la macchina non incontra limiti, semmai li supera senza fatica. Difendere il portafoglio come ultimo bastione del mestiere significa, forse, iniziare una battaglia che sicuramente verrà persa.
Il limite vero, se esiste, sta altrove. E proprio lì si apre lo spazio per immaginare il consulente del 2030. Proviamo a immaginarlo: non gestisce più portafogli, o almeno non li costruisce a mano. Orchestra sistemi che lo fanno per lui, li interroga, li contraddice quando serve e poi mette la propria firma su decisioni che la macchina può proporre ma non assumersi. Il suo valore si è spostato quasi per intero su ciò che nessun cliente patrimoniale delegherebbe a un algoritmo. Si occupa dunque, soprattutto, di leggere una famiglia, con le sue successioni sospese e i conflitti tra generazioni. Cerca di comprendere l’azienda che, in Italia, è quasi sempre il cuore del patrimonio e insieme il suo nodo più delicato. Prova a tenere il cliente dentro una strategia nei giorni in cui vorrebbe fuggirne. Risponde, insomma, di persona, con il proprio nome, di ciò che è stato fatto. Ci mette la faccia.
Forse meno finanza, ma sicuramente più governo. Un consulente, quello del 2030, che assomiglia sempre meno a un gestore e sempre più a un capo di gabinetto del patrimonio familiare. Si potrebbe obiettare che la fiducia, in questo scenario, si sposti semplicemente dal professionista alla piattaforma. Può darsi. Ma la fiducia patrimoniale ha una qualità particolare: non chiede soltanto di essere ben consigliata, chiede qualcuno che resti quando le cose vanno male. E una macchina, per quanto accurata, non resta: risponde. Sono verbi diversi e, forse, è in quella differenza che il mestiere trova la sua nuova ragione.
Chi oggi, nel 2026, si affaccia alla professione deve avere, secondo me, un approccio diverso rispetto a quello sinora adottato: la gavetta tradizionale, fatta di reportistica, preparazione degli incontri, analisi di base eccetera coincide quasi esattamente con il lavoro che l’AI sostituirà per prima. Il giovane consulente non potrà più imparare il mestiere svolgendo compiti che la macchina esegue meglio di lui. Dovrà arrivare subito alle competenze di giudizio e di relazione che un tempo si maturavano dopo anni.
Cosa fare, dunque? Forse che la finanza comportamentale conterà più della finanza quantitativa? Che il diritto successorio, la pianificazione patrimoniale, la fiscalità internazionale e le dinamiche dell’impresa familiare saranno il nucleo del lavoro? E che una vera alfabetizzazione sui modelli, saper capire quando sbagliano e perché, sarà la differenza tra un professionista capace e uno rimasto ancorato al vecchio modo di agire? Il consulente che non sa dove l’AI fallisce è forse più pericoloso di uno che non la usa affatto.
Non so se questa immagine sia del tutto giusta, ma sono abbastanza convinto che chi entra oggi con questo profilo avrà a disposizione, tra pochi anni, una capacità analitica che vent’anni fa richiedeva un’intera squadra. Ho scritto 2030 ma… forse è già così?


