Negli ultimi anni la mobilità internazionale dei grandi patrimoni è aumentata sensibilmente e si è intensificata la competizione tra gli ordinamenti per attrarre nuovi residenti a elevata capacità patrimoniale e finanziaria.
In questo scenario la leva fiscale ha assunto un ruolo sempre più rilevante.
Neo-residenti, così l’Italia ha puntato sui grandi patrimoni
L’Italia si è inserita in questa dinamica con particolare decisione. L’introduzione, nel 2017, del regime previsto dall’art. 24-bis Tuir ha segnato un cambio di passo nella politica fiscale rivolta agli Hnwi e i dati sembrano indicare che la scelta ha prodotto risultati significativi. Sarebbero, infatti, quasi 2.500 i titolari di grandi patrimoni che hanno scelto l’Italia, con ricadute sul sistema economico stimate in circa 5,3 miliardi.
La domanda, allora, è inevitabile: l’Italia è diventata davvero fiscalmente competitiva per i grandi patrimoni?
Regime fiscale dei neo-residenti: come funziona l’art. 24-bis Tuir
Per provare a rispondere al quesito occorre ripercorrere l’evoluzione della disciplina, introdotta dalla legge di Bilancio per il 2017, che ha inserito nel Tuir l’art. 24-bis.
La scelta è stata chiara sin dall’origine: consentire alle persone fisiche che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia di assoggettare i redditi prodotti all’estero a un’imposta sostitutiva determinata in misura forfetaria, a condizione di non essere state fiscalmente residenti nel nostro Paese per almeno nove dei 10 periodi d’imposta precedenti.
Nella configurazione originaria, l’imposta sostitutiva era pari a 100.000 euro per ciascun periodo d’imposta, indipendentemente dall’ammontare dei redditi esteri percepiti. L’opzione poteva essere estesa ai familiari, con il pagamento di ulteriori 25.000 euro per ciascuno di essi, e poteva produrre effetti per un massimo di 15 anni.
Imposta sostitutiva, dal 2017 al 2026 il prelievo è triplicato
Una prima modifica è intervenuta nel 2024, quando l’imposta dovuta dal contribuente principale è stata elevata a 200.000 euro. Poi, con la legge di Bilancio per il 2026, il prelievo è stato ulteriormente incrementato: 300.000 euro per il contribuente principale e 50.000 per ciascun familiare.
In meno di 10 anni, dunque, l’importo per il contribuente principale è triplicato, senza che sia mutata la struttura essenziale del regime. Resta, infatti, ferma la tassazione forfetaria dei redditi prodotti all’estero, indipendentemente dal loro ammontare, cui si affiancano ulteriori profili di favore relativi agli obblighi di monitoraggio fiscale, all’Ivie e all’Ivafe, nonché al trattamento dei beni e dei diritti detenuti all’estero ai fini dell’imposta sulle successioni e donazioni.
Grandi patrimoni e investimenti: la vera sfida per l’Italia
Il tema si sposta ora su un piano ulteriore: comprendere in quale misura la ricchezza attratta riesca anche a radicarsi nel sistema economico italiano. Attrarre grandi patrimoni non significa necessariamente attrarre investimenti. L’art. 24-bis non richiede che il beneficiario destini una parte della propria ricchezza all’economia italiana, né subordina il trattamento fiscale di favore a uno specifico radicamento economico nel Paese.
Il successo sin qui registrato consente allora di interrogarsi sulla possibilità di utilizzare la leva fiscale anche per favorire un più intenso radicamento di questa ricchezza nel sistema economico nazionale. Non necessariamente introducendo un obbligo di investimento, che potrebbe compromettere la semplicità e l’attrattività del regime, ma eventualmente prevedendo ulteriori meccanismi premiali per i neo-residenti che destinino risorse all’economia reale, all’innovazione, alla ricerca o ad altre iniziative capaci di produrre effetti duraturi per il Paese.
Italia competitiva per i grandi patrimoni, ma ora servono investimenti
La risposta alla domanda iniziale può essere, dunque, positiva: il sistema tributario italiano è oggi competitivo e attrattivo per i grandi patrimoni.
La sfida ora non è tanto rendere il regime ulteriormente conveniente, quanto creare le condizioni affinché una parte crescente della ricchezza intercettata trovi nel nostro Paese opportunità di investimento e di sviluppo.
È probabilmente su questo terreno che si misurerà, nel medio-lungo periodo, la reale efficacia del modello italiano.
(Articolo tratto dal n. 94 di We Wealth di ottobre 2026)

