Fin dove si spinge la penetrazione dei mercati privati in Italia? Dipende dal tipo di investitore a cui lo si chiede. Per esempio, sei investitori istituzionali su dieci non hanno in portafoglio nemmeno un fondo evergreen di private market, mentre fra i distributori il rapporto si ribalta, con oltre sette su dieci che dichiarano di avere già un’esposizione a questi strumenti. Sono alcuni dei dati raccolti da Prometeia in una ricerca condotta per Coller Capital, The Evolution of Italian Private Markets, che ha coinvolto oltre 80 investitori qualificati: per il 45% investitori istituzionali, per il 28% family office, per il 14% compagnie assicurative e per il 13% distributori.
La democratizzazione dei mercati privati si sta estendendo, pur con allocazioni ancora prudenti, anche in Italia. I fondi evergreen, grazie alla maggiore liquidità, e i secondaries, per la capacità di mettere più rapidamente al lavoro il capitale, rappresentano nuove frontiere nella diffusione dei private market fra le diverse tipologie di investitore. Oltre tre quarti del panel sta valutando, o ha già pianificato, investimenti nei secondaries, mentre per gli evergreen la quota è poco inferiore; l’allocazione media attuale resta però contenuta, rispettivamente all’1% e all’1,2%, contro il 4,7% del private equity e il 6,2% dei real asset.
Evergreen e secondaries, vantaggi e nodi da sciogliere
Evergreen e secondaries hanno fatto parlare di sé negli ambienti finanziari anche attraverso diverse letture critiche. Il fondo evergreen è finito sotto la lente con i deflussi dal private credit negli Stati Uniti, mettendo in chiaro come la liquidità resti comunque condizionata a tetti sui rimborsi, che possono impedire agli investitori di recuperare immediatamente le somme investite, con possibili ripercussioni reputazionali. I secondaries, dal canto loro, sono cresciuti di importanza anche per facilitare le exit dei fondi di private equity, in una fase nella quale quotazioni in Borsa e vendite strategiche sono diventate più difficili anche per il maggiore disallineamento nelle valutazioni delle imprese e la compressione dei multipli.
Gli stessi fondi evergreen guardano ai secondaries nella costruzione del portafoglio. Circa il 70% degli intervistati considera infatti gli investimenti secondari particolarmente adatti ai veicoli evergreen, soprattutto per la capacità di mitigare la J-curve e migliorare la liquidità del portafoglio. Quasi tre quarti, il 73%, individua nelle operazioni LP-led su portafogli diversificati il punto di ingresso preferito nel mercato, nettamente davanti ai continuation vehicle GP-led multi-asset, scelti dal 32%, e single-asset, al 18%.
Nel wealth dominano gli evergreen, i family office restano più esposti ai fondi chiusi
In generale, fra i distributori – la categoria più rilevante per fare il punto sul wealth management – le allocazioni nelle diverse asset class dei mercati privati si aggirano attorno all’1% del portafoglio, una diffusione che, secondo le intenzioni espresse nella ricerca, potrebbe aumentare nei prossimi anni. Sono proprio gli evergreen lo strumento di private market più diffuso nel wealth, mentre venture capital e secondaries restano fuori dal perimetro di una larga parte degli intervistati.
Come prevedibile, visto il profilo di elevata patrimonializzazione della clientela, sono invece i family office il segmento più esposto ai mercati privati. Un dato spicca: circa un terzo dichiara un’esposizione al private equity superiore al 10%, con un’allocazione media dell’8%. Ai family office, insomma, il tradizionale fondo chiuso di private market piace decisamente più degli stessi evergreen: un’indicazione coerente con l’idea che, per gli Uhnwi alla ricerca di extrarendimento, il profilo rischio-rendimento della struttura chiusa possa risultare più attraente del beneficio aggiuntivo di liquidità offerto dagli evergreen.
“Gli investitori italiani partono da portafogli di private markets già ben consolidati, che favoriscono naturalmente l’integrazione di soluzioni nuove e complementari”, si legge nel rapporto di Prometeia. “Una formazione mirata degli investitori resta una leva fondamentale per favorire un’ulteriore diffusione. Sebbene il livello complessivo di familiarità sia buono, alcuni segmenti di investitori potrebbero beneficiare di maggiore formazione e coinvolgimento”.
“Gli investitori wealth italiani sono sempre più orientati verso strategie di secondaries di qualità istituzionale, su cui costruire le fondamenta di un programma di private markets”, ha dichiarato Jonathan Aiach, Director e Head of Southern Europe Private Wealth Distribution di Coller Capital. “La nostra recente partnership con Mediobanca Private Banking rispecchia questo slancio”

