Il futuro dei private market passa dalla pianificazione

3 MIN
Daniele Colantonio

Il capitale privato può sostenere imprese, famiglie e territorio. Ma tra illiquidità, fondi evergreen e passaggi generazionali, servono più consulenza, disciplina, ma soprattutto pianificazione

Indice

Dopo essersi aperti a una platea più ampia di investitori – che include compagnie assicurative, istituzionali, fino ai family office – i mercati privati stanno progressivamente uscendo dalla loro dimensione di nicchia. Secondo i dati AIFI, nel 2025 in Italia i volumi investiti, tra private equity, venture capital, infrastrutture e private debt, hanno sfiorato i 20 miliardi di euro. Numeri che raccontano un mercato in crescita, ma ancora lontano dall’esprimere pienamente il proprio potenziale, sia come fonte di capitale per l’economia reale, sia come componente strategica dei portafogli.

Ne abbiamo parlato con Daniele Colantonio, partner e consigliere di Anthilia Capital Partners Sgr, secondo cui uno dei principali ostacoli resta la limitata conoscenza delle caratteristiche, dei rischi e degli orizzonti temporali propri dei private market.

Perché il private capital italiano è ancora sottopesato

L’Italia è tra le principali potenze manifatturiere europee e tra i maggiori esportatori mondiali. Eppure, il peso del private capital nei portafogli degli investitori domestici resta contenuto rispetto alla forza del sistema produttivo nazionale.

“Se guardiamo alla presenza della manifattura italiana nei portafogli istituzionali, emerge una fotografia molto distante dalla realtà economica del Paese. Una disparità che, a nostro avviso, non ha ragione di esistere”, afferma Colantonio.

Fondi pensione, compagnie assicurative e altri investitori istituzionali tendono spesso a limitare l’esposizione all’Italia per decorrelare il rendimento del patrimonio dai rischi legati all’economia domestica. Una scelta comprensibile, secondo Colantonio, ma che non dovrebbe tradursi in una presenza marginale del Paese nei portafogli.

“La manifattura, le pmi e il mondo non quotato rappresentano una parte fondamentale del Pil e della capacità esportativa italiana, mentre gli indici quotati riflettono soprattutto banche, assicurazioni ed energia. Investire nel tessuto produttivo nazionale non significa quindi rinunciare alla diversificazione o ai rendimenti”, precisa. Significa anche sostenere occupazione e imprese, mantenere vitali i territori e contrastare la fuga di competenze. Una lettura della sostenibilità che non si limita alla selezione degli strumenti, ma considera anche gli effetti prodotti dal capitale sull’economia reale.

Come il private debt sostiene il passaggio generazionale

Tra gli strumenti capaci di finanziare direttamente le imprese e accompagnarne le fasi più delicate, come il passaggio generazionale, c’è il private debt.

In Italia, la proprietà è spesso organizzata attraverso una holding di controllo e una società operativa sottostante. Quando cambiano gli equilibri familiari, può essere necessario intervenire su entrambi i livelli: liquidare alcuni soci, rimodulare le quote o favorire l’ingresso di un fondo di private equity.

“Si tratta spesso di operazioni miste, che devono tenere insieme le esigenze della holding, quelle della società industriale e gli equilibri tra i diversi componenti della famiglia” spiega Colantonio. “Alcuni eredi possono voler restare coinvolti nel futuro dell’impresa, mentre altri preferiscono disimpegnarsi: in questi casi servono liquidità e una struttura finanziaria capace di adattarsi a equilibri familiari e societari complessi”.

È proprio qui che il private debt può offrire un vantaggio concreto rispetto al credito bancario tradizionale. “La banca – prosegue – tende a concentrarsi maggiormente sulla società operativa e su finanziamenti con condizioni più rigide e garanzie definite. Un fondo, invece, può intervenire con maggiore flessibilità, anche attraverso soluzioni che combinano debito ed equity e dialogano con banche, fondi di private equity e famiglia”.

Questa capacità rende il private debt particolarmente adatto ad accompagnare la successione e la ridefinizione della governance. Un tema destinato a diventare sempre più rilevante per le pmi italiane nei prossimi anni.

Fondi evergreen e fondi chiusi: differenze e rischi

L’apertura dei mercati privati a una platea più ampia passa anche dalla crescente diffusione dei fondi evergreen, che si affiancano ai tradizionali fondi chiusi. Due strutture che possono investire negli stessi attivi, ma con meccanismi di liquidità e orizzonti temporali differenti.

Gli evergreen possono essere adatti agli investitori che vogliono avvicinarsi ai private market mantenendo la possibilità di rimodulare l’esposizione nel tempo. Questa flessibilità richiede però attenzione perché, in presenza di richieste di rimborso elevate, il gestore può essere costretto a liquidare parte degli attivi o a limitare temporaneamente i rimborsi – anche in fasi di mercato sfavorevoli – per tutelare il portafoglio e i quotisti.

Nei fondi chiusi, invece, i rimborsi dipendono dall’andamento degli investimenti e dalle distribuzioni previste, non dalle richieste degli altri quotisti. “La proliferazione degli evergreen ha ampliato l’accesso ai private market, ma nei periodi di turbolenza può accadere che una richiesta di rimborso venga sospesa per tutelare gli investitori rimasti nel fondo. Questo viene talvolta letto come un segnale di crisi, mentre è una misura di protezione”, spiega Colantonio.
La questione centrale, quindi, non è rendere liquido ogni investimento, ma inserirlo correttamente nella pianificazione complessiva della famiglia.

“Continuiamo a preferire prodotti che siano genuinamente chiusi. Il punto su cui lavorare resta sicuramente la pianificazione che consente a una famiglia di avere, per esempio, un conto corrente, un box, una casa, una partecipazione in un’impresa non quotata. Se questo esercizio non viene fatto sui private market, si rischia di fare confusione. Se, al contrario, questo accade e ci si affianca il supporto di un consulente finanziario esperto, i private market possono offrire due cose: un rendimento solido – anche superiore al mercato quotato – e una diversificazione elevata”, precisa.

Secondo Colantonio, il cliente dovrebbe essere al corrente del fatto che questo tipo di investimento va portato a scadenza, perché è la strada migliore e più sicura per non creare problemi a sé stesso o ai quotisti. “Se si sceglie di vendere un fondo – aggiunge – bisogna essere consapevoli che questa vendita può comportare una perdita di valore e una minusvalenza. Anche in questa specifica situazione, pianificare adeguatamente consente di mitigare il rischio di dover smontare una posizione che per sua natura dovrebbe essere immobilizzata”.

Private market: la crescita passa da pianificazione e formazione

Pianificazione ed educazione finanziaria saranno decisive per accompagnare una platea di investitori, retail e istituzionali, sempre più interessata ai mercati privati. Per riuscirci, secondo Colantonio, servirà uno sforzo congiunto tra fabbriche prodotto, reti e consulenti finanziari, per aumentare la consapevolezza sulle caratteristiche degli asset non quotati.

“Siamo convinti che i private market continueranno a crescere, arrivando, dal nostro punto di vista, anche al 20-25% del mercato complessivo del risparmio gestito, naturalmente con proporzioni diverse in base al patrimonio di chi investe. In questo percorso va però combattuto il paradigma secondo cui investire nei private market sia come utilizzare un bancomat: è un processo che richiede disciplina e non si concilia con una logica di pronta cassa”, sottolinea.

Si tratta di un esercizio che richiede tempo, sforzo e che vede impegnate le fabbriche prodotto e le reti nel formare e informare maggiormente gli investitori. “In Italia non mancano le risorse, né l’offerta. Ci sono eccellenti società di gestione italiane ed estere e numerose soluzioni disponibili. Quello che manca è una corretta pianificazione e un adeguato processo di educazione della clientela. Se vogliamo più asset privati nei portafogli, dobbiamo avere più consapevolezza. Sarà questa la vera sfida per il settore”, conclude Colantonio.

di Paola Ragno

Giornalista pubblicista e Senior Content Editor di We Wealth, è laureata in Mediazione linguistica e interculturale presso l’Università degli Studi di Bari. In We Wealth cura lo sviluppo di prodotti multimediali e redazionali, per l’online e il cartaceo. Nel passato ha lavorato e collaborato anche con Class CNBC.

Non sai come far rendere di più la tua liquidità e accrescere il tuo patrimonio? Scrivici ed entra in contatto con l’advisor giusto per te!

Compila il form ed entra in contatto gratuitamente e senza impegno con l’advisor giusto per te grazie a YourAdvisor.