La Great Global Restructuring ridisegna gli investimenti globali

La Great Global Restructuring ridisegna gli investimenti globali

Una nuova era sta ridefinendo il panorama degli investimenti: quella che Capital Group, per portata e dimensione strutturale, definisce Great Global Restructuring – Nuova Ristrutturazione Globale. Ma cosa si cela dietro questa espressione? E quali sono le implicazioni concrete?

L’epoca della globalizzazione e dell’interconnessione sta lasciando spazio a un nuovo contesto, caratterizzato da una maggiore frammentazione, un rischio geopolitico in aumento e una crescente incertezza commerciale. In questo scenario, che gli esperti di Capital Group definiscono Great Global Restructuring, ci si chiede se gli Stati Uniti possano mantenere il loro consolidato vantaggio economico.

Ne abbiamo parlato con gli esperti di Capital Group, analizzando in profondità le nuove dinamiche che stanno ridefinendo l’attuale contesto, dall’intelligenza artificiale (AI) alla creazione di valore per gli azionisti.

Molti parlano dell’AI come una vera e propria rivoluzione. Qual è la vostra visione in merito? Pensate che possa diventare la prossima forza trasformativa al pari di ferrovie, PC e internet?

Per capire il potenziale dell’AI bisogna partire dal concetto di produttività, che oggi rappresenta il vero motore per la crescita economica rispetto a forza lavoro e capitale.

Da una parte, infatti, la forza lavoro sta rallentando: i tassi di fertilità sono in calo, in molti Paesi, dalla Seconda guerra mondiale e la maggior parte delle economie avanzate sta sperimentando un invecchiamento della popolazione.

Dall’altro lato, il capitale – che comprende, tra gli altri, le macchine, le infrastrutture e le tecnologie utilizzate dai lavoratori – appare saturo. La formazione del capitale ha seguito logiche diverse nelle singole economie. Gli Stati Uniti hanno guidato il processo attraverso investimenti in innovazione, che invece sono risultati più contenuti nel blocco europeo. In Asia, la crescita del capitale è più lenta e frammentata, con aziende che accumulano liquidità senza reinvestirla e altre sottocapitalizzate.

Per quanto riguarda la produttività, l’AI ha il potenziale per rimodellarla e per diventare una forza trasformativa in grado di trainare la crescita globale oltre le stime attuali, ma i suoi vantaggi reali emergeranno solo nel lungo periodo.

Tuttavia, c’è da chiedersi se l’intelligenza artificiale guiderà la produttività globale oppure resterà concentrata nelle mani di pochi “vincitori”. Molto dipenderà anche dalla cultura aziendale dei singoli Paesi. Per esempio, l’economia europea è piuttosto cauta rispetto all’uso di queste nuove tecnologie, mentre gli Stati Uniti hanno leggi sul lavoro più flessibili e un’infrastruttura digitale più “pronta” a integrarle.

Come si lega l’intelligenza artificiale con forza lavoro e capitale? Quali sono le prospettive future?

L’impatto su forza lavoro e capitale dipenderà soprattutto da come verrà adottata dalle imprese.

Nel mercato del lavoro, ci si chiede spesso se l’AI sostituirà alcuni ruoli o al contrario ne creerà altri. È probabile che per i profili junior possa sostituire i compiti esecutivi, mentre per i senior possa potenziare le capacità decisionali.

Sul fronte del capitale, il focus è sul rapporto tra investimenti e maturità tecnologica. Lo scenario ottimale è quello in cui tecnologia e investimenti avanzano in sincronia. Se la tecnologia dovesse correre più velocemente rispetto agli investimenti, l’impatto sul lavoro potrebbe essere destabilizzante; in caso contrario (con gli investimenti che precedono la maturità tecnologica), si rischierebbe di immobilizzare capitali in infrastrutture prima che il software generi profitti.

In altre parole, le aziende dovranno essere in grado di accompagnare l’evoluzione tecnologica con investimenti adeguati e con una trasformazione organizzativa coerente.

Un altro pilastro della “Grande Ristrutturazione” riguarda gli squilibri commerciali e le partite correnti. Perché questo tema è fondamentale per capire il futuro del dollaro e degli investimenti globali?

Gli Usa detengono il più grande deficit delle partite correnti globale: in parole semplici importano più di quanto esportano.

I Paesi che esportano negli Usa si sono ritrovati con risparmi in eccesso che hanno reinvestito in larga parte in asset statunitensi, particolarmente appetibili grazie alla liquidità dei mercati e al ruolo chiave della valuta americana nei commerci.

Il futuro del dollaro, infatti, è al centro di questa dinamica. Storicamente, i tentativi di correggere gli squilibri da parte della politica statunitense non hanno prodotto i risultati sperati, ma oggi stanno ridefinendo i flussi di capitale a livello internazionale.

Per capire quanto questo cambiamento sia già in atto, si può guardare al caso di Taiwan. Successivamente al Liberation Day abbiamo assistito a un rimpatrio di capitali verso l’isola, che ha spinto al rialzo la valuta locale nonostante l’incertezza sui dazi. È un segnale significativo: quando l’instabilità politica americana aumenta, anche i partner storici iniziano a preferire i mercati domestici.

Un altro segnale interessante è la trasformazione negli Investimenti Diretti Esteri (IDE). Il capitale a lungo termine non segue più la logica dell’efficienza dei costi (produrre dove costa meno), ma quella della geopolitica. Le catene di approvvigionamento si stanno allungando per escludere o aggirare i dazi, e i corridoi commerciali che non includono gli Stati Uniti stanno crescendo più velocemente di quelli tradizionali. Oggi la Cina è il principale partner commerciale per oltre 120 nazioni, mentre la quota statunitense si è ridotta notevolmente.

Infine, c’è il cambiamento della spesa fiscale in Europa. La Germania ha rimosso lo storico “freno al debito” per finanziare infrastrutture e difesa. Se l’Europa inizia ad assorbire i propri risparmi in eccesso per stimolare il consumo interno e l’autonomia strategica, smetterà di esportare quel capitale verso gli Stati Uniti. Questo potrebbe contribuire alla fine di un’epoca di finanziamenti esterni facili e a basso costo per l’economia americana.

La dinamica appena descritta di afflusso dei capitali negli Stati Uniti ha un impatto anche sul debito americano. Si può ritenere sostenibile tale debito nel lungo periodo? Quali sono le implicazioni per gli investimenti?

Il debito americano è alimentato dall’ingente afflusso di capitali che, a sua volta, trova spiegazione in una valuta considerata da sempre “safe haven” agli occhi degli investitori. Uno status che risale a Bretton Woods (1944) e che è stato confermato dopo il 1971 grazie alla credibilità istituzionale. Nonostante i dazi abbiano talvolta indebolito il biglietto verde, non si sono verificate vendite massicce di asset statunitensi. Osservando il comportamento degli investitori, i fondamenti strutturali della dominanza del dollaro (liquidità, fiducia e solidità istituzionale) non appaiono fortemente minacciati.

Le previsioni sull’andamento debito-PIL dipendono da un ampio ventaglio di fattori che includono il percorso futuro dei tassi di interesse e le aspettative di crescita del PIL reale. Un prolungato periodo di rialzo dei tassi potrebbe aumentare significativamente il costo del debito; al contrario, un’accelerazione della produttività ne ridurrebbe l’onere.

Il debito pubblico statunitense oggi oscilla intorno al 100%. Sebbene elevato, per il FMI la soglia di insostenibilità si attesta verso il 160-180%: ciò suggerisce un “buffer” per i prossimi due decenni.

Gli investitori gestiscono questa dinamica tramite la duration. Quando i rendimenti si avvicinano ai limiti di sostenibilità, il margine di rialzo dei tassi è limitato. Si riapre così l’interesse anche per le scadenze lunghe. Con margini di rialzo estesi, è preferibile posizionarsi su scadenze brevi.

Per concludere, possiamo guardare al nuovo panorama globale dal punto di vista degli standard di governance. Come sta evolvendo?

Stiamo assistendo a una convergenza storica negli standard di governance. Per decenni, il modello statunitense ha goduto di un “premio di fiducia” grazie alla sua trasparenza e alla priorità data al valore per l’azionista. Oggi, paesi come il Giappone, la Corea del Sud e la Cina stanno correndo per colmare questo divario, adottando riforme strutturali che puntano a sbloccare l’enorme potenziale inespresso dai loro mercati.

In Giappone, la “Fase 2” delle riforme della Borsa di Tokyo sta obbligando le società a ottimizzare il capitale. Le aziende non possono più limitarsi ad accumulare liquidità, devono dimostrare di saper generare un rendimento del capitale (ROE) superiore al costo del capitale stesso.

In Corea del Sud, il processo è in una fase più precoce rispetto al modello giapponese, ma nel 2024 è stato lanciato il Corporate Value-Up Program (CVUP) con lo scopo di allineare le pratiche aziendali agli standard globali.

In Cina, nonostante le tensioni geopolitiche, Pechino ha iniziato a spingere le grandi imprese di Stato (SOE) verso una gestione più orientata al mercato, inserendo la performance del titolo azionario tra i parametri di valutazione dei manager. Questo suggerisce che, in un mondo frammentato, la competizione per attrarre capitali stranieri sta spingendo anche le economie più chiuse ad adottare standard di trasparenza più elevati.

Per gli investitori globali, le implicazioni sono profonde. Mentre le valutazioni negli Stati Uniti appaiono ricche, in Asia si stanno aprendo opportunità in settori storicamente sottovalutati che ora, grazie alla governance, iniziano a restituire valore in modo sistematico.

La Great Global Restructuring segna un cambiamento di paradigma: per gli investitori questo significa misurarsi con nuovi rischi ma anche saper cogliere nuove opportunità che si rimescolano in una diversa geografia del valore. Opportunità che possono essere intercettate mediante un approccio attivo, selettivo e a lungo termine.

(Articolo tratto dal magazine n. 89 di aprile 2026 di We Wealth)

Ritratto in bianco e nero di una giovane donna con lunghi capelli scuri, che indossa un blazer su un top scuro, sorride leggermente e guarda l'obiettivo, su uno sfondo chiaro.

di Giulia Morena

Giornalista multimediale di We Wealth, è laureata in Management per l’Impresa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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