Finanza sostenibile: l’impatto delle normative sulle imprese

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Assolombarda analizza gli impatti pratici sulle imprese delle normative sulla finanza sostenibile. A partire dalla Tassonomia green

Indice

Tra i soggetti che, a partire dal 2022, sono tenuti ad applicare la Tassonomia ci sono le aziende quotate con oltre 500 dipendenti, banche e assicurazioni, vale a dire quelle soggette alla Direttiva per la rendicontazione delle informazioni non finanziarie

La Commissione Ue sta valutando l’individuazione di requisiti standard di sostenibilità che dovrebbero essere rispettati dai soggetti della catena di fornitura. E che, secondo Assolombarda, potrebbero avere un impatto oneroso soprattutto per le pmi

Dalla Tassonomia “green” a quella “brown”. Fino ai requisiti di sostenibilità legati alla supply chain. Assolombarda, nel nuovo rapporto “Finanza sostenibile: priorità e prospettive per la crescita e lo sviluppo delle imprese”, analizza gli impatti pratici delle normative Esg (Environmental, social, governace) sulle aziende. Lanciando uno sguardo a quella che Paolo Gerardini, vice presidente credito e finanza dell’associazione, definisce “una sfida decisiva” che “richiede un cambio importante di paradigma da parte di tutti”. Non solo delle istituzioni.

Lo stato dell’arte delle regole europee

Gli ultimi tre anni sono stati caratterizzati da una sostanziale accelerazione del processo normativo e regolamentare della finanza sostenibile a livello europeo, che ha fatto seguito alla pubblicazione dell’Action Plan della Commissione europea nella primavera del 2018. Si parte dalla Sustainable finance disclosure regolation (Sfdr), la normativa sull’informativa di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari che, a partire dalla sua entrata in vigore il 10 marzo 2021, ha introdotto nuovi obblighi di trasparenza per gli investitori istituzionali nell’integrazione dei fattori ambientali, sociali e di governance nel loro processo decisionale. Segue il regolamento 2019/2089 che modifica il regolamento (Ue) 2016/1011 sui parametri di riferimento a basse emissioni di carbonio e parametri di riferimento positivi per l’impatto sul carbonio in vigore dal 30 aprile 2020. E infine il Regolamento 2020/852 che ha introdotto nel sistema normativo europeo la Tassonomia delle attività economiche eco-compatibili, pubblicato il 22 giugno 2020 ed entrato in vigore il 12 luglio dello stesso anno.

Gli effetti (pratici) sulle imprese

Ed è proprio dalla Tassonomia che bisogna partire nell’analizzare quelli che sono gli impatti pratici delle regole green sulle aziende. La Tassonomia, spiegano i ricercatori, rappresenta oggi un punto di riferimento “per tutti gli stakeholder, dal mondo della finanza responsabile (per indicare quanto sia effettivamente sostenibile un investimento), ai governi (per identificare gli incentivi green), alle Ong (per individuare i casi di green e ethical washing), alle imprese (per rendicontare il proprio impatto sull’ambiente)”. Tra i soggetti che, a partire dal 2022, sono tenuti infatti ad applicare la Tassonomia ci sono le aziende quotate con oltre 500 dipendenti, banche e assicurazioni, vale a dire quelle soggette alla Direttiva per la rendicontazione delle informazioni non finanziarie. Ma anche le pubbliche amministrazioni che delineano politiche e incentivi pubblici e gli attori che offrono prodotti finanziari (compresi i fondi pensione).

Nelle intenzioni di Bruxelles vi era anche l’introduzione di una “Brown Taxonomy”, vale a dire una lista di attività ritenute “non sostenibili” dal punto di vista ambientale. Ma, come evidenziato da Assolombarda, il suo scopo e valore aggiunto non risulta chiaro. “Introdurre una brown taxonomy potrebbe costituire un approccio punitivo che non sarà necessariamente di aiuto a colmare il divario finanziario ma, al contrario, rischierebbe di aggiungere complessità al sistema in maniera significativa, ritardando inutilmente il processo di attuazione e portando a uno sproporzionato onere di rendicontazione per le aziende”, scrive l’associazione. “Inoltre, un simile approccio rischia di creare segnali di investimento fuorvianti verso un mercato di nicchia, che potrebbero avere effetti negativi sull’accesso ai finanziamenti, limitando potenzialmente l’accesso ad attività che, debitamente corrette, potrebbero avere un grande potenziale di riduzione delle emissioni di gas serra”. Alla fine, la Commissione ha abbandonato l’approccio binario “green contro brown”, arrivando tra l’altro a includere gas e nucleare tra le fonti di transizione utili al raggiungimento degli obiettivi climatici.

La Commissione starebbe valutando infine l’individuazione di requisiti standard di sostenibilità che dovrebbero essere rispettati dai soggetti della catena di fornitura. Che, secondo Assolombarda, potrebbero avere un impatto oneroso soprattutto per le piccole e medie imprese. “È importante sottolineare che le pmi devono affrontare sfide distinte nell’adempiere alle responsabilità di due diligence, anche in virtù delle loro risorse limitate rispetto alle imprese di maggiori dimensioni. Un possibile approccio obbligatorio imporrà loro oneri maggiori. Inoltre, anche se le pmi non rientreranno nel campo di applicazione di un’iniziativa dell’Ue, gli obblighi saranno imposti a valle in quanto parte della catena di fornitura delle aziende di maggiori dimensioni”, si legge nel rapporto. Di conseguenza, per l’associazione, sarebbe utile eventualmente introdurre dei “requisiti soft” per tali realtà prevedendo per esempio diversi livelli di profondità di applicazione della due diligence nella supply chain in base alla dimensione aziendale.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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