Speculare sulla crisi del private credit: banche lanciano i derivati

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Facciata in vetro di un edificio con una grande insegna con la scritta "Blackstone". L'insegna, incorniciata contro il cielo nuvoloso e i grattacieli adiacenti nel vivace quartiere finanziario, è evidente quanto la presenza di UniCredit nel settore bancario europeo.

Wall Street lancia CDS sui grandi fondi di private credit mentre crescono i dubbi su liquidità e valutazioni: nel primo trimestre richiesti 19,5 miliardi di rimborsi, ma liquidato solo il 53%. Il mercato continua a raccogliere capitali, ma inizia a prezzare il rischio di un reset.

Indice

Il fantasma del 2008 continua ad allungare la sua ombra sulla crisi di fiducia attorno al private credit: alcune delle maggiori banche d’affari, fra cui JPMorgan Chase, Morgan Stanley, Citigroup e Barclays, hanno cominciato a scambiare credit default swap (CDS) per speculare sulle difficoltà dei maggiori fondi bersagliati da richieste di rimborso negli ultimi mesi. Il flashback è immediato: si tratta dello stesso strumento finanziario grazie al quale Michael Burry era riuscito, facendoselo costruire su misura, a guadagnare dal tracollo dei mutui subprime all’inizio della Grande crisi finanziaria. In questo caso, i prodotti verso cui si indirizza la domanda ribassista dei trader non sono più le obbligazioni coperte da mutui, bensì i fondi di punta del private credit di grandi nomi come Blackstone, Apollo Global e Ares Management. L’altra analogia rispetto alle due vicende consiste nel fatto che i fondi in questione producono profitto grazie a prestiti sottostanti ad aziende che, complice l’esposizione all’AI, sarebbero prossime a finire in difficoltà. Aziende software che rischiano un’obsolescenza precoce a causa di nuovi strumenti a basso costo. Anche se per il momento i crediti detenuti dai fondi hanno pressoché mantenuto il valore nominale, segno di fiducia e buona salute, la crescente domanda di strumenti per scommettere o coprirsi dal default di questi fondi indica che, per molti investitori sofisticati (il pubblico naturale di derivati come i CDS), le difficoltà del private credit potrebbero essere solo all’inizio. Il bersaglio dei CDS, infatti, non è necessariamente il default economico dei prestiti sottostanti, ma anche la fragilità del veicolo che li detiene qualora sia finanziato con leva e sottoposto a stress di liquidità.

La stessa Morgan Stanley che oggi scambia i CDS su questo settore aveva avvertito a fine marzo che i default sui prestiti sottostanti al private credit sarebbero potuti salire fino all’8%, oltre la media storica del 2-2,5%. Un impatto “significativo ma non sistemico”, aveva affermato la strategist Joyce Jiang, considerando che la leva finanziaria nei fondi di private credit e nelle business development companies non è paragonabile a quella del 2008.

Liquidità promessa, asset illiquidi

In ogni caso, per guadagnare attraverso lo scambio di CDS non è necessario che il default del fondo coperto dal contratto avvenga: è sufficiente che le aspettative si muovano in quella direzione per far aumentare il prezzo del CDS e ottenere immediatamente un profitto. Questo di per sé non dimostra che esista un problema di solvibilità reale, anche se la sfiducia degli investitori retail rispetto a questi fondi semi-liquidi sembra essere in qualche modo condivisa anche da una parte degli asset manager. Il vero nodo strutturale è che molti prodotti costruiti su attivi illiquidi promettono comunque finestre periodiche di rimborso: finché gli afflussi tengono il sistema appare stabile, mentre richieste simultanee di liquidità possono mettere sotto pressione la struttura.

Nel primo trimestre gli investitori hanno chiesto di ritirare 19,5 miliardi di dollari dai fondi di private credit specializzati nel direct lending, secondo un’analisi di Business Insider su documenti depositati alla SEC. Tuttavia, fra i 17 veicoli analizzati è stato liquidato soltanto il 53% delle richieste, pari a 10,4 miliardi di dollari, mentre nove fondi hanno limitato i rimborsi al tetto massimo previsto dai regolamenti trimestrali, generalmente compreso fra il 5% e il 7%.

Secondo quanto riporta il Financial Times, che per primo ha dato la notizia, i nuovi CDS hanno iniziato a essere scambiati dopo che S&P Global ha lanciato all’inizio della settimana un indice chiamato CDX Financials, che include veicoli gestiti da Apollo, Blackstone e Ares, oltre a banche, assicurazioni, società immobiliari e altri gruppi finanziari. Uno strumento di monitoraggio aggregato che potrebbe quindi diventare il riferimento per il futuro stato di salute del private credit, arrivato a rappresentare attività per 2mila miliardi di dollari. “Quando emergono preoccupazioni percepite sul rischio, si osserva un aumento dell’attività sui CDS”, ha affermato Nicholas Godec, responsabile fixed-income tradables e commodities di S&P. “È un meccanismo di feedback simile a quello di mercato che ha portato anche alla creazione di questo indice”. A differenza dei bond quotati, molte esposizioni di private credit vengono inoltre valorizzate tramite modelli periodici e comparabili, non attraverso prezzi di mercato in tempo reale: ciò attenua la volatilità apparente, ma può anche ritardare eventuali correzioni dei valori netti patrimoniali.

Cresce la raccolta, ma il mercato cambia volto

L’aspetto apparentemente contraddittorio è che la domanda di private credit su nuovi prodotti, da parte degli investitori istituzionali e dei grandi investitori privati, continua a essere in crescita. Secondo gli ultimi dati raccolti da Preqin, la raccolta in strumenti di private credit, il fundraising, è passato da 762 a 861 miliardi fra 2024 e 2025. Il quadro suggerisce quindi un mercato spaccato: mentre una parte degli investitori chiede liquidità, un’altra continua a destinare nuovi capitali al settore, attenuando o in alcuni casi compensando i deflussi netti.

Se un reset delle valutazioni del private credit dovesse effettivamente verificarsi nel prossimo futuro, l’occasione potrebbe presentarsi per chi entrerà nel mercato da qui in avanti, ma l’illusione di un mercato che offre alto rendimento senza mai presentare il conto, alimentata da anni di crescita sostenuta e default bassi, potrebbe dissolversi molto presto. Più che una crisi immediata di insolvenza, il mercato sembra voler prezzare la possibilità di una crisi di valutazione: il passaggio da rendimenti stabili “da modello” a prezzi reali imposti dal mercato.

Domande frequenti su Speculare sulla crisi del private credit: banche lanciano i derivati

Quali banche d'affari stanno speculando sulla crisi del private credit e con quale strumento finanziario?

Grandi banche d'affari come JPMorgan Chase, Morgan Stanley, Citigroup e Barclays stanno scambiando credit default swap (CDS). Questo strumento viene utilizzato per speculare sulle difficoltà dei fondi di private credit che affrontano richieste di rimborso.

Qual è il rischio principale che le banche stanno cercando di coprire o su cui stanno speculando nel mercato del private credit?

Le banche stanno speculando sulle difficoltà dei maggiori fondi di private credit, che sono stati bersagliati da richieste di rimborso negli ultimi mesi. Questo indica una preoccupazione per la liquidità e la solvibilità di questi asset illiquidi.

Quale evento storico viene evocato dal comportamento attuale delle banche nel mercato del private credit?

Il comportamento attuale delle banche evoca il fantasma della crisi finanziaria del 2008. Questo flashback è legato all'uso di strumenti finanziari simili a quelli impiegati in passato per speculare su asset in difficoltà.

Qual è la relazione tra i credit default swap (CDS) e la crisi di fiducia nel private credit?

I CDS sono utilizzati dalle banche per speculare sulle difficoltà dei fondi di private credit, alimentando così la crisi di fiducia attorno a questo settore. L'uso di questi derivati riflette una crescente preoccupazione per la stabilità del mercato.

Quali sono le implicazioni della crescente raccolta nel private credit se il mercato sta cambiando volto?

Nonostante la crescente raccolta, il fatto che il mercato stia cambiando volto suggerisce che la natura degli investimenti e i rischi associati potrebbero essere in evoluzione. Questo potrebbe portare a nuove dinamiche e sfide per gli investitori e le istituzioni finanziarie.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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