Il mercato cresce, ma il quadro è più complesso
Il private credit resta uno dei segmenti più forti dei private markets, e i numeri di Preqin continuano a dirlo con chiarezza. In Nord America, il fundraising è salito a 861 miliardi di dollari nel 2025, dai 762 miliardi del 2024, mentre gli Aum regionali hanno raggiunto 8,46 migliaia di miliardi a metà 2025. Allo stesso tempo, Preqin segnala che le strutture orientate alla liquidità stanno rimodellando i portafogli, soprattutto nel private credit.
Ma il punto, adesso, è un altro. Dopo mesi in cui il mercato discuteva di possibile mismatch tra asset illiquidi e promesse di rimborso più frequenti, aprile 2026 ha reso quel rischio molto più visibile. Il tema non è più se il private credit piaccia. Il tema è se il modello di distribuzione regga quando la domanda di uscita diventa reale.
La domanda c’è, ma l’allocazione resta selettiva
Questo spiega perché il quadro di Cerulli Associates è così utile da leggere oggi. Nel white paper di marzo 2026, l’advisor medio alloca ancora solo il 2,5% degli asset a alternative meno che pienamente liquide, nonostante la spinta commerciale sul mondo private markets sia ormai molto avanzata.
Le motivazioni, però, sono già molto definite. Cerulli rileva che gli advisor guardano alle alternative per diversificazione nel 78% dei casi, per protezione dal downside nel 53% e per crescita o enhanced return nel 49%. Il mercato, quindi, non manca di interesse. Manca ancora di piena traduzione in portafoglio.
Il problema non è l’offerta, è l’implementazione
Il vero collo di bottiglia emerge proprio qui. Cerulli mostra che il 36% degli advisor dice che i modelli con alternative semi-liquide o illiquide sono disponibili ma non li usa, mentre solo il 25% dichiara di utilizzarli già oggi. Un altro 15%dice di volerli usare in futuro.
Questo dato conta più di tante presentazioni di prodotto. Significa che, dopo mesi di narrativa sul boom del private credit, il problema non è più la mancanza di offerta. Il problema è l’implementazione: onboarding, subscription documents, rebalancing, gestione delle finestre di uscita e coerenza tra struttura del veicolo e bisogni di liquidità del cliente. Cerulli lo dice in modo molto chiaro quando descrive i punti di frizione che ancora frenano l’adozione nel canale wealth.
Ad aprile 2026 le redemption hanno reso il rischio concreto
Il cambio di passo si è visto nelle notizie delle ultime settimane. Il 1° aprile 2026 Bloomberg ha riferito che le grandi case del private credit, tra cui Blackstone, Ares, Apollo, BlackRock, Blue Owl, Carlyle e Kkr, sono finite sotto la lente della componente democratica della House Financial Services Committee, con domande su marketing, valutazioni e gestione del settore. Non è ancora una stretta regolatoria, ma è un segnale politico chiaro: il tema è uscito dal recinto specialistico ed è arrivato al centro del dibattito pubblico.
Pochi giorni dopo, il 6 aprile, Bloomberg ha riportato che il fondo di Goldman Sachs da 15,7 miliardi di dollari ha ricevuto richieste di rimborso pari a 4,999% delle azioni in circolazione nel primo trimestre, restando appena sotto la soglia oltre cui molti veicoli iniziano a contingentare. Il dato è importante proprio perché mostra quanto il mercato sia diventato sensibile a quel numero. Non si guarda più solo al rendimento. Si guarda a quanto un fondo riesce a pagare senza stressare la struttura.
Il 13 aprile, sempre Bloomberg, il Ceo di Goldman Sachs, David Solomon, ha riconosciuto che il private credit retail resta un’area di preoccupazione e che il rumore sul settore continuerà. È un passaggio che pesa, perché arriva da uno dei gruppi più esposti e certifica che la fase attuale non è una normale oscillazione narrativa. È una fase di verifica.
Da mesi se ne parla, ma ora ci sono numeri che il mercato non può ignorare
La discussione va avanti da mesi, ma finora era rimasta in parte teorica. A marzo 2026, Bloomberg scriveva che i grandi nomi dei private markets, da Blackstone a Ares, da Apollo a Blue Owl, stavano già segnalando dolore in arrivo, con timori crescenti su default, spread di valutazione e qualità di alcuni portafogli, soprattutto nell’area software. Nello stesso mese è emerso anche che Jpmorgan aveva ristretto parte del proprio lending verso fondi di private credit dopo markdown su alcuni prestiti in portafoglio, sempre legati al comparto software.
Ad aprile, però, quella discussione ha preso forma numerica. Il Wall Street Journal ha riferito che gli investitori di due dei maggiori fondi di Blue Owl hanno chiesto il ritiro di circa 5,4 miliardi di dollari nel primo trimestre. E il mercato ha iniziato a leggere il dato non come episodio isolato, ma come test sulla capacità dei veicoli semi-liquidi di assorbire richieste di uscita elevate senza incrinare la fiducia.
Nel private credit conta la selezione, non la narrativa
In questo contesto, la lettura più utile resta quella che evita sia il tono promozionale sia quello apocalittico. Vivek Bantwal, Global Co-Head of Private Credit di Goldman Sachs Asset Management, ha osservato che il settore sta ricevendo molta attenzione mediatica e che non tutta è accurata o sfumata.
Il punto è corretto, ma non assolve il mercato. Proprio perché il private credit è entrato in una fase più matura, aumenta la dispersione tra gestori, processi di underwriting, documentazione, esposizione settoriale e disciplina sulla liquidità. Oggi il rischio non è il private credit in astratto. Il rischio è trattarlo come un blocco uniforme quando uniforme non è più.
La struttura conta quanto il rendimento
È qui che il report di Cerulli torna centrale. Più della metà dei model provider è già attiva o sta valutando modelli con alternative semi-liquide o illiquide. Il 44% dice che la spinta nasce da una domanda significativa da parte degli advisor, mentre il 56% ritiene necessarie partnership con provider tecnologici per integrare davvero queste soluzioni nei modelli.
La direzione è chiara: più integrazione in Uma, più uso di interval fund, più architetture ibride tra attivi pubblici e privati. Ma proprio la situazione di aprile 2026 mostra che questa non è una questione tecnica secondaria. È il cuore del problema. Se la struttura è coerente con il profilo di liquidità del cliente, il private credit resta una soluzione potente. Se non lo è, il mismatch diventa il primo rischio da gestire.
Il valore è nella consulenza sul rischio
Per wealth manager, private banker e family office, il vantaggio competitivo non è dire che il private credit rende di più. È saper spiegare con precisione quando ha senso, per chi ha senso, in quale veicolo e con quali limiti di liquidità e orizzonte. È qui che, ad aprile 2026, si separano davvero distribuzione e consulenza.
Anche su questo Cerulli è molto netta. Il 47% degli advisor chiede più supporto su come parlare di alternative con i clienti, il 41% vuole più guida sulla portfolio construction e il 32% più supporto di market strategy. In altre parole, dopo mesi di hype sul private credit, il mercato chiede meno storytelling e più grammatica consulenziale.

