A circa una settimana dall’avvio dell’operazione militare condotta da Usa e Israele sull’Iran, i mercati sembrano tornati in modalità di fuga dal rischio, con vendite che si concentrano sulla gran parte delle asset class – un fenomeno che ricorda, per ora in scala ridotta, le dinamiche osservate in seguito all’invasione russa dell’Ucraina.
Cadono le azioni: nelle ultime cinque sedute lo Stoxx 600 europeo ha perso quasi il 5%, l’S&P 500 lo 0,9%, il Ftse Mib il 4,16%. Salgono i rendimenti dei Btp, con il decennale che negli ultimi cinque giorni è passato dal 3,29% al 3,63% – il che comporta un calo dei prezzi dei titoli detenuti in portafoglio. Così come sono aumentati i rendimenti dei Buoni del Tesoro Usa e dei Bund tedeschi (+20 punti base negli ultimi cinque giorni, rispettivamente al 4,13% e al 2,86%).
La caduta parallela di bond e azioni è stata una delle sciagure più dannose per i portafogli bilanciati, la cui concezione dà il meglio di sé quando azioni e obbligazioni non si muovono assieme, limitando la volatilità dei portafogli in modo più efficace.
Energia in rialzo, metalli sotto pressione
Che cosa si è salvato? Nel 2022 furono le materie prime a reggere il colpo e, in alcuni casi, si sta verificando qualcosa di simile. Ciò è vero in particolare per le materie prime energetiche: il petrolio ha toccato venerdì i 91 dollari al barile, risalendo dai 67 dollari di appena un mese fa. Il gas TTF, di riferimento per il mercato europeo, è aumentato del 64% in una settimana.
Per i metalli, la cui domanda potrebbe essere colpita dall’impatto negativo sulla crescita economica, la situazione è opposta: il rame ha ceduto il 3,8% negli ultimi cinque giorni, mentre l’argento (che è prevalentemente un metallo industriale e non un bene rifugio) ha perso il 10,9%. Crescono, anche qui con analogie rispetto al precedente ucraino, alcune materie prime agricole come il cacao (+12% negli ultimi cinque giorni) e il caffè (+4,4%), e in misura minore farina e mais.
Il principale limite di queste materie prime è che la loro volatilità non rappresenta una caratteristica desiderabile nei portafogli di medio e lungo periodo, restando più spesso confinate nel territorio dei trader – che attraverso strumenti specifici sfruttano picchi momentanei a seguito di crisi o eventi particolari.
Di norma è l’oro la prima delle polizze di sicurezza contro gli shock geopolitici, ma in questo caso la copertura non è stata poi così efficace – complice forse la corsa di questa materia prima nei mesi scorsi: negli ultimi cinque giorni ha registrato un calo dell’1,85%.
“L’oro è finito sotto pressione nonostante l’incertezza persistente”, ha dichiarato a We Wealth Max Wienke, Market Analyst di eToro. “La ragione risiede nel rafforzamento del dollaro statunitense e nell’aumento dei rendimenti obbligazionari, che al momento pesano maggiormente e stanno temporaneamente rallentando il rally dell’oro”.
In questo mercato, dove non sembrano esserci veri porti sicuri, ha registrato un certo rialzo il Bitcoin, anche se il suo comportamento segue spesso logiche poco coerenti con le altre asset class e soprattutto non consistenti nel tempo.
Materie prime in portafoglio: quando ha senso
Attualmente l’attenzione degli investitori è concentrata sulle materie prime energetiche, ha aggiunto Wienke, a causa di movimenti “eccezionalmente volatili” anche per gli standard del mercato petrolifero.
È una lezione che dovrebbe incoraggiare i risparmiatori a mettere un po’ di greggio in portafoglio? Non esattamente. “Nel lungo periodo le materie prime possono svolgere un ruolo di stabilizzazione nei portafogli. Possono offrire una potenziale protezione dall’inflazione, mostrare resilienza durante le crisi geopolitiche e spesso presentano una bassa correlazione con le azioni. L’oro è tradizionalmente considerato un classico bene rifugio, mentre l’energia beneficia delle restrizioni dell’offerta. In questo contesto l’attenzione è rivolta meno al timing e più alla diversificazione”, ha dichiarato Wienke.
“Storicamente oro e argento sono più adatti a un investimento di lungo periodo rispetto al petrolio. Sebbene i prezzi del petrolio possano muoversi bruscamente, queste oscillazioni sono spesso di durata più breve”.
Di conseguenza, per un risparmiatore è generalmente meglio evitare il territorio del trader professionista che opera con strumenti derivati su materie prime volatili come il petrolio. “Il trading di breve periodo tramite derivati mira a capitalizzare sulla volatilità e sul posizionamento tattico, spesso utilizzando strumenti con leva come CFD o futures”, afferma Wienke. “Questo approccio comporta rischi più elevati, dipende fortemente dal timing e non è destinato principalmente agli investitori di lungo periodo. L’obiettivo in questo caso è sfruttare i movimenti di prezzo di breve termine piuttosto che fornire stabilità strategica al portafoglio”.

