Private market: la decorrelazione è un mito?

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Un uomo con gli occhiali, in una camicia azzurra, è seduto a una scrivania in un ufficio moderno. È concentrato su un portatile, tiene una penna e un quaderno accanto a sé. Un monitor mostra un grafico a linee con dati finanziari. Grandi finestre sono sullo sfondo.

Secondo Morningstar, i fondi semi-liquidi nei mercati privati espongono spesso agli stessi fattori di rischio di azioni e credito quotati. L’extrarendimento è il vero banco di prova.

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Investire in mercati privati è diventato uno degli imperativi più caldi dell’industria della gestione patrimoniale, con crescente attenzione anche da parte dei distributori. Quale spazio dovrebbero realmente ricoprire in un portafoglio a dimensione d’uomo e non da istituzione finanziaria? Per definirlo sarebbe necessario conoscere a fondo rendimenti attesi ed esposizione ai rischi. Tuttavia, nel caso dei mercati privati non ci sono punti di riferimento facili – e nel caso dei fondi evergreen l’attenzione dovrebbe essere ancora più alta, vista la loro spiccata vocazione “retail” (per quanto di alto profilo patrimoniale).

In generale si sente parlare molto spesso di extra rendimenti e minore correlazione ai mercati pubblici quando si intende sostenere la causa di questi fondi. Funziona veramente così? Secondo un nuovo rapporto realizzato da Morningstar la realtà è più complicata. “Contrariamente a molte affermazioni di marketing, le strategie semiliquide presentano spesso rischi tradizionali di natura azionaria o creditizia e non sono adatte a svolgere il ruolo di diversificatori di portafoglio”, affermano gli autori. I numeri a sostegno di questa tesi sono eloquenti. La correlazione fra private equity e azionario globale supera il 70% e anche fra le asset class obbligazionarie esiste una correlazione positiva, per quanto più sfumata. In sostanza, inserire private equity significa incrementare il rischio azionario, non introdurre un nuovo fattore di rischio distinto. I mercati privati non hanno prezzi aggiornati in tempo reale e questo crea l’illusione ottica di una minore correlazione e volatilità; tuttavia, “l’assenza di prezzi di mercato in tempo reale per gli asset sottostanti non dovrebbe essere confusa con una bassa correlazione: in altre parole, i benefici di diversificazione sono difficili da quantificare e, probabilmente, sovrastimati se presi alla lettera”, affermano gli autori.

Il premio di illiquidità: quando (e se) arriva davvero

L’extra-rendimento? Storicamente c’è stato, anche se non senza un extra-rischio corrispondente, come è possibile verificare osservando la deviazione standard depurata dall’effetto di smussatura determinato dalla minore frequenza di aggiornamento delle valutazioni. “I dati storici suggeriscono che un premio esista effettivamente, ma alcuni osservatori fanno notare che ciò dipende almeno in parte dalle caratteristiche tipiche del mercato. MSCI rileva che il private equity globale ha sovraperformato l’equity quotato di circa 450 punti base annui, ma la maggior parte di questo differenziale deriva da maggiore leva finanziaria o esposizione al beta di mercato, nonché da allocazioni settoriali e fattori replicabili come la crescita”, si legge nel report, “correggendo per settore, dimensione e leva, i rendimenti del private equity non risultano troppo diversi da quelli dei mercati pubblici”.

Eppure, un punto deve essere chiaro: se i mercati privati sono forme alternative dello stesso fattore di rischio obbligazionario o azionario, l’investitore ottiene beneficio dal premio di illiquidità solo se arriva di pari passo un extra-rendimento rispetto alle controparti scambiate pubblicamente. “In caso contrario, qual è il senso? Senza rendimenti superiori, i fondi semi-liquidi non giustificano gli oneri aggiuntivi”, scrive Morningstar. “Un’indagine di Horizon Actuarial sulle ipotesi di rendimento attese dai mercati conferma che gli investitori si aspettano e richiedono un extra-rendimento di almeno il 2% rispetto ai mercati pubblici come compensazione per l’illiquidità”.

Ottenere un premio di illiquidità con strumenti semi-liquidi diventa più complesso proprio perché, per garantire finestre di rimborso costanti, una parte del portafoglio deve restare liquidabile (attorno al 40-50%). Questo, di fatto, rende il portafoglio meno rischioso, “con un impatto potenzialmente significativo sui rendimenti complessivi”.

Oltre le asset class: il ruolo dei privati nel rischio di portafoglio

Tutto questo non significa che il private equity e il private debt debbano essere banditi dal portafoglio. Ma l’approccio non dovrebbe essere basato su compartimenti stagni (5% di private equity o simili), bensì sull’effettivo apporto complessivo ai fattori di rischio azionari o obbligazionari. “Il private equity viene generalmente considerato come esposizione azionaria con leva finanziaria, crescita di lungo periodo e premio per l’illiquidità. Il private credit, invece, è visto come rischio di credito accompagnato da un premio per l’illiquidità e da una duration più breve”, sostengono gli autori. “Il capitale non viene allocato sulla base di quote predefinite per asset class, ma in funzione del contributo marginale al rischio complessivo del portafoglio”.

Insomma, la conclusione è un classico dell’economia: “Non esistono pasti gratis quando si investe in asset privati. Rendimenti più elevati sono spesso accompagnati da rischi più elevati. Una situazione in cui il rischio atteso di un portafoglio diminuisce mentre il rendimento atteso aumenta richiede grande cautela e una riflessione approfondita sulle ipotesi sottostanti”.

Domande frequenti su Private market: la decorrelazione è un mito?

Qual è l'interesse crescente verso i mercati privati nell'industria della gestione patrimoniale?

L'interesse verso i mercati privati è diventato un imperativo caldo nell'industria della gestione patrimoniale, attirando anche l'attenzione dei distributori. Questo suggerisce una crescente percezione del loro potenziale di rendimento e diversificazione.

Quali sono le sfide nel definire lo spazio appropriato dei mercati privati in un portafoglio individuale?

Definire lo spazio appropriato dei mercati privati in un portafoglio individuale è complesso a causa della mancanza di punti di riferimento facili per quanto riguarda rendimenti attesi ed esposizione ai rischi. Questo rende difficile una valutazione accurata per investitori non istituzionali.

Il premio di illiquidità nei mercati privati è sempre garantito?

L'articolo solleva dubbi sulla certezza del premio di illiquidità nei mercati privati, suggerendo che la sua effettiva realizzazione dipende da vari fattori e non è un dato scontato. La sua presenza e entità possono variare significativamente.

Qual è il ruolo dei mercati privati nel rischio complessivo di un portafoglio, al di là delle singole asset class?

I mercati privati giocano un ruolo nel rischio di portafoglio che va oltre la semplice diversificazione tra asset class tradizionali. La loro natura e le loro dinamiche possono influenzare il profilo di rischio complessivo in modi specifici.

Perché i fondi 'everg' presentano difficoltà nel fornire punti di riferimento per i mercati privati?

L'articolo menziona che i fondi 'everg' non offrono punti di riferimento facili nel contesto dei mercati privati. Questo implica che la loro struttura o le loro caratteristiche rendono complicata la comparazione e la valutazione rispetto ad altri investimenti.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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