Ingolositi dai rendimenti Btp? Cosa sapere prima di investire oggi

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Con rendimenti al 4,1% i Btp decennali hanno raggiunto i livelli del 2013: sembra un’occasione, ma i fattori da valutare sono tanti – e tutti interessanti

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Se l’inflazione dovesse tornare nei target della Bce nella prima parte del 2024, come si può evincere dalle previsioni attuali, il sottoscrittore di un Btp in scadenza nel 2032 potrebbe sperare di ottenere un rendimento reale superiore al 2% per circa otto anni

L’esperienza insegna, però, che in orizzonti temporali così lunghi quasi mai le cose vanno come previsto

Lo scorso 25 novembre We Wealth aveva pubblicato un’analisi sui (prevedibili) rischi che i Btp non stavano ancora incorporando nei propri rendimenti di allora, in particolare l’uscita dalle politiche espansive della Bce. Da allora ad oggi, 21 settembre, il rendimento del Btp decennale è passato dall’1,05% al 4,13% – non solo per le ragioni che era legittimo anticipare dieci mesi fa, ma anche per un rialzo dell’inflazione molto più elevato del previsto a causa della guerra in Ucraina. 

Dall’ottobre 2021 all’agosto 2022 l’indice dei prezzi al consumo Istat è passato dal 3% all’8,4%. Se si dovesse confrontare l’interesse del titolo decennale italiano all’inflazione passata e presente, oggi i rendimenti reali si troverebbero, al netto della perdita di potere d’acquisto dovuta all’aumento dei prezzi, in un territorio ancor più negativo rispetto a quello del novembre scorso. Questo è giustificato dall’aspettativa che l’inflazione straordinaria che si sta osservando in questo momento scenderà notevolmente nel corso della vita del titolo. 

Se l’inflazione dovesse tornare nei target della Bce nella prima parte del 2024, come si può evincere dalle previsioni attuali, il sottoscrittore di un Btp in scadenza nel 2032 potrebbe sperare di ottenere un rendimento reale superiore al 2% per circa otto anni. L’esperienza insegna, però, che in orizzonti temporali così lunghi quasi mai le cose vanno come previsto. 

Qualche parola più o meno certa la si può dire, però, per chi ha sottocritto un Btp a dieci anni nel 2021. Sarebbe stata una scelta controproducente, dato che generano rendimenti nominali intorno all’1% a cui, nella migliore delle ipotesi, andrebbe sottratto un tasso d’inflazione che mira al 2% a lungo termine. E per i prossimi due anni almeno, faranno ben poco per difendere il potere d’acquisto dall’inflazione straordinaria che si sta osservando.  

I rischi da osservare quando si investe in Btp a lunga scadenza

Oltre all’andamento futuro dell’inflazione, le sorti dei Btp, come per tutti i titoli di Stato, saranno legate alla percezione del rischio dell’emittente, ossia la capacità di restituzione dell’Italia ai suoi creditori. Con un rapporto debito/Pil al 150,8% e una recessione in arrivo le premesse di stabilità non sono le migliori. Molto dipenderà, dalle scelte del futuro governo che, stando ai sondaggi, sarà guidato dal centrodestra di Giorgia Meloni, e ancor di più dalla riforma del Patto di Stabilità. Quest’ultimo aspetto sarà di cruciale importanza, a partire dal 2024, perché determinerà a quali condizioni le politiche di bilancio nazionali potranno fare deficit. Ci si concentrerà su quali saranno, ad esempio, gli indicatori di finanza pubblica presi in considerazione (e non ci addentriamo nella complessità di output gap, saldo strutturale e altri parametri che dall’inizio del covid sono stati messi in pausa). 

I sottoscrittori di Btp potrebbero volersi augurare regole europee rigide sulle spese dei governi: ciò, da un lato, scoraggerebbe speculazioni, che farebbero salire i rendimenti e scendere i prezzi dei Btp, dall’altro promuoverebbe politiche più restrittive. Queste ultime, di solito, raffreddano la crescita e, sottraendo più risorse dai cittadini sotto forma di tasse, riducono la domanda interna e l’inflazione. In breve: tutto questo si tradurrebbe in rendimenti reali più sostanziosi per chi oggi dovesse comprare un Btp che rende oltre il 4% (nominale, ossia senza contare la perdita di valore dovuta all’aumento del costo della vita).

Come anticipato, però, le cose potrebbero anche andare in modo sfavorevole per gli obbligazionisti. Innanzitutto, le previsioni sull’inflazione elaborate dalle banche centrali negli ultimi anni si sono rivelate un po’ troppo “aspirazionali” e ottimistiche. Il rischio che l’inflazione resti oltre il 2% per molto più tempo potrebbe concretizzarsi, per colpa di strette sull’offerta dovute alla de-globalizzazione e alla guerra con la Russia. Il rallentamento economico cercato dalle banche centrali per raffreddare l’inflazione potrebbe rivelarsi eccessivo e, dunque, socialmente e politicamente intollerabile – con la necessità di sostenere i redditi, la domanda e dunque lasciar correre l’inflazione oltre l’obiettivo del 2%. La revisione del Patto di Stabilità, infine, potrebbe essere condotta nel segno di maggiore flessibilità abbandonando nella sostanza correzioni nel segno dell’austerità che fu. E anche qui, con una spesa pubblica più libera (sicuramente gradita a Meloni e Salvini) l’inflazione andrebbe a mangiare maggiori rendimenti dagli obbligazionisti.  

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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