Previdenza complementare e Legge di Bilancio 2026
Nonostante quasi vent’anni di incentivi e riforme, il secondo pilastro non decolla. Appena il 38,8% dei lavoratori dipendenti e il 23,7% degli autonomi sono iscritti a un fondo pensione. Il Tfr resta in gran parte nelle aziende, e le donne – soprattutto le più giovani – restano indietro.
Mentre prende forma la Legge di Bilancio 2026, con oltre 340 miliardi di euro in discussione, il Governo valuta misure per rafforzare la previdenza complementare, tra cui l’iscrizione automatica dei neoassunti ai fondi pensione. A diciotto anni dal “silenzio-assenso” del 2007, che aveva generato un forte aumento delle adesioni, il secondo pilastro pensionistico italiano resta tuttavia fragile.
Un sistema previdenziale ancora poco diffuso
Oggi solo il 38,8% dei lavoratori dipendenti e il 23,7% degli autonomi risulta iscritto a un fondo pensione. Le percentuali scendono ulteriormente se si considerano solo gli iscritti effettivamente versanti (30,5% e 13,3%). Secondo Moneyfarm, su oltre 31 milioni di italiani nati tra il 1961 e il 2000, appena il 37% dispone di una forma di previdenza complementare, mentre il restante 63% ne è privo o risulta inoccupato.
Il ruolo centrale del TFR nella previdenza integrativa
Come sottolinea Andrea Rocchetti, Global Head of Investment Advisory di Moneyfarm, il Tfr continua a rappresentare quasi la metà della raccolta dei fondi pensione, ma resta poco utilizzato come strumento previdenziale. Tra il 2007 e il 2024, solo il 23,8% del Tfr generato dalle imprese italiane è confluito in forme di previdenza integrativa, mentre una parte rilevante è rimasta in azienda o nel Fondo di Tesoreria Inps.
Il divario di genere nella previdenza complementare
Il divario di genere resta marcato: le donne rappresentano solo il 39% degli iscritti ai fondi pensione. Tra i 20 e i 64 anni, il tasso di occupazione femminile è inferiore di 19 punti percentuali rispetto a quello maschile (58,1% contro 77,3%), con effetti diretti sui versamenti previdenziali. Gli uomini tra i 55 e i 64 anni mostrano i livelli più alti di partecipazione (48%), contro il 42% delle coetanee; tra le donne 25-34enni, solo il 25,5% ha sottoscritto un fondo pensione.
Pensioni più basse e carriere discontinue
Il gap si riflette anche sugli importi pensionistici. Le pensioni di anzianità femminili sono inferiori del 15,4% rispetto a quelle maschili, differenza che sale al 30% per le pensioni di vecchiaia. Carriere più brevi, stipendi mediamente più bassi, discontinuità contributiva e maggiore longevità rendono la pianificazione previdenziale femminile una priorità, come evidenzia Rocchetti.
Differenze territoriali e modelli virtuosi
A livello territoriale emergono forti squilibri. Il Trentino-Alto Adige rappresenta un’eccezione positiva, con un tasso di adesione ai fondi pensione del 63% tra i 25 e i 64 anni. Nessun’altra regione supera il 50%, confermando una diffusione disomogenea della previdenza complementare sul territorio nazionale.
Previdenza complementare come necessità strategica
Secondo le stime di Moneyfarm, mantenendo l’attuale ritmo di versamenti, un trentenne che aderisce oggi a un fondo pensione aperto potrebbe accumulare fino a 131.000 euro entro i 67 anni. In un contesto in cui la sostenibilità del sistema pensionistico pubblico è sotto pressione – con una spesa superiore al 15% del Pil, destinata a superare il 17%nei prossimi quindici anni – la previdenza complementare non è più un lusso, ma una necessità.
Il fattore tempo e la consapevolezza previdenziale
«Solo un lavoratore su tre investe sul proprio futuro», conclude Rocchetti. Il tempo resta l’alleato più prezioso: agire subito, sfruttando i vantaggi fiscali e le riforme in arrivo, è la strategia più efficace per garantire stabilità economica, autonomia e il mantenimento del tenore di vita dopo il pensionamento.
(Articolo tratto dal nr.85 di We Wealth di dicembre 2025)

