Da diverso tempo non si sentiva parlare di Pepp, i piani previdenziali europei introdotti nel 2022 e che, da allora, sono stati proposti da appena due fornitori in tutta Europa. Di fronte a questo insuccesso clamoroso, la Commissione europea ha avanzato una proposta di riforma che introduce una serie di novità, con l’obiettivo dichiarato di creare un Pan-European Personal Pension Product “più attraente, accessibile ed economicamente conveniente per i risparmiatori, rimuovendo gli ostacoli che finora ne hanno frenato l’adozione”.
Sulla carta, i nuovi Pepp avrebbero alcune caratteristiche in grado di renderli ben più dirompenti nei confronti di un’industria che finora li ha ignorati. La normativa, infatti, consentirebbe ai risparmiatori di trasferire senza penalità i capitali investiti in altri prodotti di previdenza complementare verso un nuovo Pepp, come previsto dai nuovi articoli 56a e 56b, e senza perdere le agevolazioni fiscali nazionali, che gli Stati membri sarebbero obbligati a riconoscere anche ai Pepp domiciliati altrove.
È un punto potenzialmente esplosivo: per la prima volta la concorrenza tra prodotti pensionistici diventerebbe davvero europea. E ciò proprio perché, parallelamente, la riforma introduce un sistema molto più rigoroso per certificare che il Pepp offra autentico value for money. Il nuovo articolo 25 prevede infatti che le autorità di vigilanza valutino costi e oneri rispetto a benchmark nazionali ed europei, con la possibilità di imporre interventi correttivi ai provider che non dimostrassero la proporzionalità delle commissioni.
Questa rivoluzione informativa è rinforzata anche dalla riscrittura dell’articolo 13, che affida a EIOPA un registro centrale pubblico contenente, per ogni Pepp autorizzato, indicatori sintetici di rischio, performance storica a 1-3-5-10 anni e costi totali annui. Una trasparenza che, nel settore previdenziale, finora non esisteva in alcuna giurisdizione europea.
Oltre a tutto questo, la proposta di riforma dei Pepp introduce novità anche in termini di prodotto e di distribuzione. Il nuovo Pepp “di base” non sarebbe più soggetto all’obbligo di consulenza finanziaria prima della sottoscrizione: la consulenza, quando presente, dovrà essere indipendente e fornita esclusivamente su richiesta del cliente. Il regolamento chiarisce inoltre che, data la semplicità del prodotto, il distributore non è tenuto a raccogliere informazioni sulle conoscenze ed esperienze finanziarie del cliente.
Quanto al portafoglio, il Basic Pepp dovrà essere costruito seguendo una strategia life-cycle e investito per almeno il 95% in strumenti sempici: azioni e obbligazioni quotate, strumenti monetari e OICVM non complessi, come stabilito dal nuovo articolo 45.
L’obiettivo della Commissione, con questo Pepp base, è quindi chiaro: offrire agli europei un fondo pensione a basso costo, semplice, standardizzato, trasferibile, e acquistabile direttamente – anche da chi desidera spostare i propri risparmi da prodotti più costosi e meno efficienti.
Il problema, tuttavia, è un altro: chi mette al corrente i clienti dell’esistenza di questa alternativa? Ed è qui che lo slancio riformatore rischia di scontrarsi nuovamente contro i limiti della distribuzione e delle abitudini dei clienti.
In Italia – ma lo stesso vale in gran parte dell’Europa continentale – la previdenza complementare cresce grazie all’intermediazione delle reti. È il consulente a proporre il fondo pensione, a spiegarlo, a motivare il cliente. E proprio perché il Basic Pepp nasce senza consulenza obbligatoria, senza retrocessioni, senza margini di collocamento, è altamente improbabile che le reti abbiano incentivo a inserirlo nella propria offerta. Il principio del value-for-money, applicato in modo stringente, erode lo spazio per le commissioni distribuite lungo la filiera.
Il risultato è che la riforma, più che democratizzare la previdenza complementare, potrebbe offrire un prodotto di nicchia molto performante per una domanda di investitori già autonomi, attenti ai costi, che già oggi utilizzano piattaforme digitali.
E per questa nicchia (o per chi si informerà attivamente) il Pepp offrirebbe una combinazione perfetta: costi bassi, concorrenza europea e pieno vantaggio fiscale. Ma per tutti gli altri, il rischio è che il Pepp rimanga invisibile come è sempre stato.
In fondo, l’intero impianto della riforma rischia di ripetere lo stesso paradigma che finora si è rivelato poco corretto: che i risparmiatori europei non investano in previdenza complementare perché mancano prodotti convenienti e trasparenti. Sulla previdenza non sembra essere mai stata l’efficienza del prodotto a guidare la domanda, nonostante l’importanza nel lungo termine di limitare l’erosione cumulata dei costi.

