Se ne parla da almeno un mese e non è ancora uscita dal cantiere della Manovra 2026: tra le ipotesi per aumentare il potere d’acquisto degli italiani — in alternativa o in abbinata al taglio del secondo scaglione Irpef — c’è la detassazione della tredicesima mensilità.
A rilanciare l’idea, a inizio settembre durante il Forum della competitività di Assolombarda, era stato il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani: “Si può pensare a una proposta un po’ azzardata, però perché no? Cioè la detassazione della tredicesima… La ricetta è sempre nella riduzione della pressione fiscale. Vediamo quello che si può fare”.
A distanza di alcune settimane, le indiscrezioni di stampa sulla misura non si sono affievolite. Le ipotesi in campo sono due: l’esenzione totale dall’Irpef oppure l’applicazione di un’imposta sostitutiva ridotta al 10%.
In entrambi i casi l’intervento avrebbe l’effetto di rafforzare la “gratifica natalizia” dei lavoratori dipendenti, generando un beneficio crescente all’aumentare dell’aliquota Irpef marginale.
Ma come viene tassata oggi la tredicesima?
In teoria è una mensilità aggiuntiva, ma nella pratica risulta penalizzata perché non benefica delle detrazioni da lavoro dipendente.
Ciò significa che, al netto dei contributi previdenziali a carico del lavoratore (circa 9,19%), la somma è tassata interamente secondo gli scaglioni Irpef ordinari (23%, 35% o 43%).
Il risultato è una tredicesima netta più leggera rispetto a una mensilità ordinaria.
Detassazione tredicesima: quanto si guadagnerebbe davvero
Come detto, l’impatto in busta paga della detassazione della tredicesima varia sensibilmente a seconda del reddito.
Per un lavoratore con una RAL di 25.000 euro, la tredicesima lorda ammonta a 1.923 euro: oggi, dopo contributi e Irpef, ne restano circa 1.350 netti. Con l’imposta sostitutiva al 10%, il netto salirebbe a 1.550 euro, mentre con l’esenzione totale dall’Irpef raggiungerebbe 1.750 euro, per un incremento di circa 200 o 400 euro a seconda dell’ipotesi.
Chi guadagna 35.000 euro lordi l’anno riceve una tredicesima di circa 2.700 euro. In questo caso il netto passerebbe dagli attuali 1.500 euro a 1.900 euro con tassazione al 10%, o 2.440 euro con esenzione completa: un vantaggio compreso fra +400 e +940 euro.
Per un reddito di 55.000 euro, la tredicesima netta oggi si aggira intorno ai 2.020 euro. Con il prelievo ridotto al 10% salirebbe a 2.480 euro, mentre senza Irpef arriverebbe a 3.840 euro, con un guadagno potenziale di oltre 1.800 euro.
In tutti gli scenari, la misura avrebbe un effetto espansivo sui consumi, ma con un impatto proporzionalmente maggiore per i redditi più elevati, dove l’attuale tassazione incide di più. Questo sarebbe in linea con il proposito generale della Manovra 2026, che dovrebbe orientare gli sgravi sulla classe media dopo l’intervento già messo in campo nel primo scaglione Irpef. La misura sarebbe ancora più vantaggiosa qualora si optasse per la riduzione del secondo scaglione Irpef dal 35 al 33% come anticipato dal viceministro dell’Economia, Maurizio Leo.
Una misura a impatto differenziato
Nel complesso, la detassazione della tredicesima si configurerebbe come una misura espansiva mirata al consumo. Il costo, però, si farebbe sentire sotto forma di ammanco di bilancio: secondo i dati riferiti dalla Cgia di Mestre, basati sui dati 2024, il gettito Irpef sulle tredicesime è di 14,5 miliardi di euro. Una cifra importante che renderebbe più probabile una detassazione al 10% che non una esenzione totale.
In entrambi i casi, l’obiettivo politico resta lo stesso: trasformare la tredicesima in una leva di fiducia e spesa interna, proprio nei mesi che tradizionalmente aprono la stagione dei consumi natalizi.

