Chi ha un mutuo a tasso fisso nel corso del 2025 avrà notato una sorpresa poco piacevole: le offerte non sono affatto migliorate, nonostante i tagli dei tassi della Banca centrale europea proseguiti fino a maggio, che hanno portato il rendimento dei depositi dal 3% al 2%.
Com’è possibile che i mutui fissi siano oggi meno convenienti rispetto al dicembre scorso, se i tassi ufficiali sono in discesa? La risposta sta in un prodotto finanziario chiave per le banche: l’Interest Rate Swap (IRS) a 30 anni, il contratto derivato che consente agli istituti di coprire il rischio legato alla variazione dei tassi quando offrono al cliente un mutuo a rata fissa.
Come fanno le banche a offrire lo stesso tasso per 30 anni?
Quando si sceglie un mutuo fisso il risparmiatore ha ben chiaro quale sarà il suo vantaggio: se i tassi salgono la rata non cambia… la variazione dei tassi futura diventa un ‘problema’ della banca. Come lo risolve? Con una sorta di assicurazione, per l’appunto l’IRS. In questo contratto, la banca si impegna a pagare un tasso fisso e ricevere un tasso variabile, proteggendosi così dalla possibilità che, in futuro, i tassi salgano e i suoi mutui a tasso fisso diventino meno redditizi rispetto al mercato. Questo “scudo” ha però un costo, che cambia nel tempo – e quel costo si riflette poi nel tasso finale offerto al cliente. Se in un dato momento l’IRS a 30 anni è elevato, cioè il costo di questa assicurazione è caro, anche il mutuo a tasso fisso sarà costoso. E oggi il costo di questo swap è il più alto dal 2012, se si toglie una breve parentesi nel 2023.
Insomma, nel 2025, il calo dei tassi Bce non si è tradotto in un calo dell’IRS: mentre il tasso Bce scendeva dal 3% al 2%, l’IRS a 30 anni saliva dal 2,2% al 2,8%. In altre parole, il denaro oggi costa meno, ma il mercato scommette che nei prossimi trent’anni i tassi saranno mediamente più alti. Questo avviene in un momento paradossale: con inflazione e tassi di riferimento al 2%, gli indicatori sembrano perfettamente allineati con l’obiettivo delle banche centrali. “Una buona posizione”, come ha detto molte volte la presidente della Bce, Christine Lagarde, fra giugno e luglio 2025. Eppure il mercato swap racconta un’altra storia.
Il posizionamento non è una previsione
Gli IRS sono il derivato più scambiato al mondo, con un controvalore nozionale che supera i 400.000 miliardi di dollari, un quarto dei quali in euro. Come ogni derivato, il loro prezzo è determinato dalle aspettative e dal posizionamento degli investitori, non da una previsione oggettiva. Che l’IRS a 30 anni – ovvero il prezzo per eliminare il rischio di tasso su trent’anni – sia oggi al 2,82% non significa che l’inflazione europea media sarà di quel livello.
Fattori tecnici, non solo macroeconomici
Attorno a marzo, l’impennata dell’IRS sembrava coincidere con il clima post-elettorale in Germania: sul tavolo era stato messo un ambizioso piano di investimenti pubblici finanziati in deficit, che avrebbe potuto alimentare aspettative inflattive.
Tuttavia, le previsioni diffuse a giugno dallo staff Bce continuano a indicare un’inflazione attesa vicina al 2% nel medio periodo. Molti analisti, anzi, ritengono più probabile che i prezzi restino al di sotto dell’obiettivo, alla luce dei rischi di rallentamento globale legati al protezionismo statunitense e alla debolezza della domanda. Se l’IRS si allineasse a questa visione, non dovrebbe assestarsi oltre il 2,8%.
A incidere sul costo degli IRS potrebbero essere stati fattori più tecnici, legati alla liquidità del mercato. Nel 2023, tre economisti della Bce – Federico Babbi, Immo Frieden e Martin Scheicher – hanno evidenziato come la liquidità degli IRS, dipendente da un numero ristretto di dealer globali, possa deteriorarsi rapidamente, specie in momenti di incertezza come quelli osservati nel 2022. E quando la liquidità si riduce – per una minore capacità di intermediazione o per tensioni nei mercati obbligazionari – gli IRS possono restare artificialmente elevati anche se i tassi ufficiali scendono.
Tutto questo, dovendo elaborare una conclusione operativa, ha reso gradualmente più conveniente il mutuo variabile rispetto al fisso, fino al “sorpasso” avvenuto a inizio estate. Infatti l’andamento dei mutui variabili è molto più correlato alle politiche monetarie attuali, piuttosto che alle aspettative sul futuro. Dal momento che molti italiani escludono di indebitarsi a tasso variabile per via del suo maggiore rischio – anche se può essere gestito dai più esperti – la domanda è se l’IRS a 30 e quindi i mutui fissi potranno scendere nel prossimo futuro.
“La forbice tra le due tipologie di finanziamento potrebbe dunque aprirsi ulteriormente a favore del variabile nei prossimi mesi, soprattutto se ci sarà un calo degli spread applicati da parte delle banche sui mutui a tasso indicizzato”, aveva dichiarato Alessio Santarelli, ceo di Mutuionline lo scorso 24 luglio. “In questo contesto la maggior parte dei consumatori ha l’opportunità di bloccare la rata a un tasso intorno al 3%, comunque conveniente, mentre chi è attento al mercato ed è più propenso al rischio, può di certo valutare un tasso variabile, anche alla luce dei possibili ribassi dei prossimi mesi”.
Cosa potrebbe far scendere l’Irs a 30 anni? Storicamente uno dei fattori più influenti è la previsione di una recessione economica nel breve termine: condizione che aveva reso i mutui a tasso fisso super convenienti durante gli anni duri del covid-19. Per il momento, però, gli economisti ritengono che l’economia dell’Eurozona continuerà a crescere moderatamente, anche se le previsioni di questo tipo sono sempre piene di asterischi: crisi geopolitiche e protezionismo dagli Stati Uniti potrebbero rendere più concreta l’ipotesi di una contrazione economica che, ad oggi, non si è ancora verificata.

