Dopo il grande annuncio, la curiosità sui risultati dei quadri di Bertinotti in asta da Finarte.
Un po’ di storia
Il 1972 rappresenta un momento cruciale nella storia contemporanea. Mentre il presidente americano Richard Nixon atterra a Pechino per la sua storica visita ufficiale in Cina, segnando l’inizio del disgelo tra due superpotenze divise da ideologie apparentemente inconciliabili, Andy Warhol intuisce l’importanza di questo evento epocale. L’artista americano, fino a quel momento concentrato principalmente sulla rappresentazione di icone del mondo dello spettacolo e della pubblicità, decide di compiere una svolta provocatoria: trasformare il leader comunista cinese Mao Zedong in un’icona pop.
La serigrafia Mao di Warhol
La serie di serigrafie su Mao nasce da un’intuizione brillante e ironica. Warhol utilizza come fonte visiva una fotografia tratta dal celebre “Libretto Rosso”, simbolo per eccellenza della propaganda comunista cinese. La scelta non è casuale: l’artista intende creare un cortocircuito concettuale, trasformando il nemico del capitalismo in un prodotto della stessa cultura di massa capitalista.
Nonostante il carattere ripetitivo, ogni serigrafia diventa un pezzo unico grazie all’uso di gamme cromatiche diverse che alterano il volto e l’espressione del personaggio, caricandolo di valenze emotive differenti. Warhol impiega la tecnica della serigrafia con maestria, dando vita a opere che, pur partendo dalla stessa immagine di base, assumono significati sempre diversi grazie ai colori vivaci e contrastanti.
La serie originale del 1972 fu prodotta in un’edizione limitata di 250 esemplari, stampata da Styria Studio Inc. di New York e pubblicata da Castelli Graphics and Multiples Inc. Ogni opera venne firmata e numerata personalmente da Warhol, conferendo a ciascuna serigrafia un valore unico nel panorama collezionistico internazionale.
Valori di mercato
Il valore delle serigrafie di Mao ha conosciuto una crescita esponenziale nel corso degli anni. Nel 2017, un ritratto di Mao di Warhol è stato aggiudicato da Sotheby’s per 12,7 milioni di dollari, acquistato da un collezionista cinese. Questo dato rivela come l’opera di Warhol abbia superato ogni barriera ideologica, diventando oggetto di desiderio anche nel Celeste Impero. Sorprendentemente, non esistono prese di posizione ufficiali da parte del governo cinese sull’opera, né all’epoca della sua realizzazione né successivamente. Questo silenzio può essere interpretato come una strategia deliberata per evitare di legittimare un’opera che ironizza sul culto maoista, segno di una tensione ideologica tuttora irrisolta.

Quanto hanno fatto i quadri di Bertinotti con Mao in asta?
Un esempio significativo del successo commerciale di queste opere si è verificato nella storica sede di Finarte a Milano, dove due serigrafie del 1972, appartenenti alla collezione dell’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, sono state messe all’asta insieme ad altri pezzi. Le opere, con una base di 20.000 euro, hanno raggiunto quotazioni straordinarie: una è stata aggiudicata per 133.000 euro, l’altra per 101.000 euro.
Un vero trionfo per i quadri di Fausto Bertinotti in asta
L’asta di Finarte ha rappresentato un vero trionfo. Delle 24 opere della collezione Bertinotti, 21 sono state vendute per un totale di 330.000 euro, superando di quattro volte la stima iniziale. Il record della giornata, tuttavia, è stato stabilito da I bagni misteriosi, olio su tela del 1935 proveniente dalla collezione di Monica Vitti, aggiudicato per 468.000 euro. Altre opere di Burri, Licini, Lam, Maselli e Fioroni hanno attirato oltre 1.000 partecipanti internazionali all’asta Finarte e permesso di realizzare un incasso complessivo di 2,2 milioni di euro.
Le serigrafie di Mao rappresentano un momento di svolta nell’arte contemporanea, dimostrando come Warhol sia riuscito a trasformare un simbolo politico in un oggetto estetico. Oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, queste opere continuano a interrogarci sui rapporti tra arte, politica e mercato, confermando la genialità visionaria di Andy Warhol nel prevedere un mondo in cui ogni immagine, anche la più carica di significato politico, può essere trasformata in un prodotto di consumo culturale.
Come lui stesso affermò con tagliente lucidità: “La cosa migliore di Tokyo è McDonald’s. La cosa migliore di Stoccolma è McDonald’s. La cosa migliore di Firenze è McDonald’s. Pechino e Mosca non hanno ancora niente di buono. Ma lo avranno.”
Questa frase, al tempo provocatoria, oggi appare quasi profetica, confermando l’idea di un’estetica globalizzata in cui anche il volto di Mao poteva diventare un’icona da collezione.

