Quanto “paga” la credibilità degli Stati, sul costo del debito

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Il Fmi ha calcolato quanto possano aiutare previsioni credibili e regole fiscali che incoraggiano la prudenza di bilancio

Un governo che fa un utilizzo propagandistico delle previsioni e che non si pone regole e limiti su quanto può indebitarsi incoraggerà gli investitori a chiedere interessi più elevati

Un’analisi del Fondo monetario internazionale ha dato una dimensione a questi costi extra, incoraggiando i governi alla prudenza nel dopo-Covid

Che la credibilità dei governi piaccia ai mercati non è una novità. Nel dibattito italiano, non più di qualche anno fa, l’ascesa dei partiti euroscettici e, poi, del governo gialloverde era stata accompagnata da un incremento dei tassi d’interesse sul debito. Era il prezzo da pagare per un futuro un po’ più incerto per le finanze pubbliche del Paese. Una nuova analisi del Fondo monetario internazionale, contenuta nel Fiscal Monitor, ha provato a quantificare il valore della credibilità in termini di interessi sul debito risparmiati. La definizione di credibilità, che potrebbe sembrare un po’ arbitraria e sicuramente scivolosa, è stata sintetizzata in modo molto semplice: limitandosi a confrontare le previsioni economiche governative su deficit, debito e crescita con quelle “private” ed indipendenti dal potere politico. Più ampio è il divario tra le due stime, minore è la credibilità del governo.

La conclusione è che il costo dei titoli di stato decennali, in seguito a previsioni e impegni credibili, può scendere temporaneamente fino a 40 punti base, rispetto allo scenario “non credibile”. Il confronto, visibile nel grafico in basso, mostra la differenza nei rendimenti dei titoli decennali osservata fra il 25% dei pPaesi le cui previsioni sono le più allineate a quelle indipendenti (linea blu) con il 25% dei Paesi “meno credibili”. Il valore di questo premio assegnato alla credibilità è particolarmente sostanzioso in termini assoluti per i Paesi più indebitati, come l’Italia. Infatti, avere sulle spalle un debito accumulato molto grande rende la spesa pubblica molto sensibile all’andamento dei tassi d’interesse. Tenerli bassi, dunque, permette di risparmiare importanti risorse.“Quando i prestatori hanno fiducia sul fatto che i governi sono fiscalmente responsabili, rendono più facile e meno costoso per i paesi finanziare i deficit e questo permette di guadagnare tempo”, ha scritto il Fondo monetario in un post sul blog ufficiale.

Dopo la crisi pandemica, i debiti pubblici sono cresciuti ovunque a causa dell’incremento delle spese assistenziali e del crollo del Pil. Anche per questo il Fmi ha dedicato proprio in questa fase un approfondimento sulla credibilità e al contributo che essa potrà dare nel ritorno delle finanze pubbliche ai livelli pre-crisi. “La tempistica appropriata per iniziare a ridurre i deficit e il debito dipenderà dalle condizioni specifiche del Paese”, hanno affermato i tre autori dell’intervento, “fortunatamente, i tassi di interesse sono stati molto bassi a livello globale; ma non c’è garanzia che questo durerà”. Infatti, un rialzo persistente dell’inflazione metterebbe di fronte a un difficile dilemma le banche centrali: aumentare i tassi per raffreddare i rincari comporterebbe maggiori spese per interessi per gli stati, in particolare per quelli più indebitati. Lasciar correre un po’ l’inflazione aiuterebbe tutti i debitori, Stati inclusi, ma avrebbe altri effetti indesiderati.

La credibilità, però, si può conquistare non solo attraverso previsioni economiche accurate. Anche le regole fiscali su debito o deficit, come quelle in vigore nell’Unione Europea, hanno fra i propri obiettivi quello di ridurre i rischi di default e quindi i tassi d’interesse dei Paesi.

Il Fmi ha mostrato come, valutando 55 paesi fra il 1970 e il 2018, gli Stati che hanno fissato una regola fiscale (rappresentati dalla linea arancione nel grafico in basso) abbiano ridotto più in fretta un nuovo aumento del debito, rispetto ai Paesi che, al contrario, hanno agito senza questo tipo di vincolo (linea tratteggiata in alto). “I Paesi che seguono le debt rules generalmente riescono a invertire salti di debito del 15% del Pil in circa 10 anni, in assenza di nuovi shock”, ha affermato il Fmi, “in modo significativamente più rapido dei Paesi che non seguono le debt rules”.

Le regole sul budget dovrebbero raggiungere tre obiettivi, afferma il Fondo: “sostenibilità, stabilizzazione economica e, per le regole fiscali in particolare, semplicità. Tuttavia, è difficile soddisfare tutti e tre gli obiettivi contemporaneamente”.
Il Fmi non la nomina esplicitamente, ma la riforma del Patto di stabilità e delle sue regole fiscali aleggia sullo sfondo di questa analisi. Soprattutto, perché tutti gli Stati e gli osservatori concordano almeno su un punto: quelle europee sono regole troppo complicate. Solo alcuni sostengono, poi, che siano anche troppo rigide o comunque procicliche (semplificando molto: tendono a penalizzare in modo crescente i Paesi la cui economia è andata male e viceversa).

“Anche se semplici regole numeriche possono a volte essere rigide”, come il famoso limite del 3% scritto nel Trattato di Maastricht, “noi dimostriamo che promuovono la prudenza fiscale”, ha affermato il Fmi. Ma “le regole numeriche non devono necessariamente basarsi solo sul debito: altri indicatori, come il conto degli interessi o il patrimonio netto del governo, possono integrare i tradizionali indicatori di debito e deficit”. Che la credibilità ci sia, rafforzata da regole, è dunque un vantaggio per gli Stati, secondo il Fondo. Ma, come spesso accade, i dettagli sul come questa credibilità si conquista possono fare una grande differenza.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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