Sospensione patto stabilità Ue: occasione unica di ricchezza

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La discussione sull’opportunità di prolungare o meno la sospensione del patto di stabilità Ue ha infiammato gli ultimi giorni. In campo, due fazioni: quella innovativa di Paolo Gentiloni e quella ‘rigorista’ di Valdis Dombrovskis. Quale dovrebbe prevalere, quali le implicazioni per il mondo dell’asset management? Ne abbiamo parlato con il professor Stefano Caselli dell’università Bocconi

La linea che sembra emergere è quella di una Unione europea che prosegue sulla sospensione nel 2021 e «per il biennio 2022-2023 tenderà ad applicare il patto in modo completamente nuovo

Per il biennio 2022-2023 la Commissione tenderà ad applicare il patto in modo completamente nuovo, applicando finalmente la sana distinzione fra debito buono e debito cattivo

Per quanto riguarda l’asset management, si sta creando un sentiero di azione molto chiaro, che va dal Next generation fund alle parole di Gentiloni: ci sono alcuni ambiti della spesa pubblica che sono gli assi portanti dello sviluppo europeo

Era il 20 marzo 2020 quando la Commissione Ue sospendeva, per la prima volta nella storia, il patto di stabilità al fine di consentire ai governi europei di «pompare nel sistema denaro finché serve», come dichiarava la presidente dell’esecutivo europeo Ursula Von der Leyen. Fra i primi a salutare con entusiasmo l’intelligenza di una mossa così radicale in tempi di crisi eccezionale ci fu il commissario europeo all’Economia ed ex premier Paolo Gentiloni. Lo stesso che mette oggi in guardia l’Ue dal ritiro prematuro del sostegno pubblico, «che dovrebbe essere mantenuto quest’anno e il prossimo». E che “batte” il vicepresidente della Commissione Valdis Dombreovskis, di orientamento più tradizionale.
«Non è ancora stata presa ufficialmente una decisione, che verrà presa nella tarda primavera», osserva il professor Stefano Caselli, prorettore per le attività internazionali dell’Università Bocconi. In lotta ci sono le due linee quella Gentiloni e quella Dombrovskis, sull’opportunità di mantenere o meno in vigore la sospensione del patto fino a fine 2022.
La linea che sembra emergere è quella di una Unione europea che prosegue sulla sospensione nel 2021 e «per il biennio 2022-2023 tenderà ad applicare il patto in modo completamente nuovo, applicando finalmente la sana distinzione fra debito buono e debito cattivo – per dirla come Mario Draghi – guardando all’utilità o meno per il futuro della spesa degli Stati membri». Ovvero, se i paesi supporteranno con il deficit spese per la crescita (istruzione, ricerca e sviluppo, infrastrutture), allora potranno indebitarsi oltre il limite consentito dal patto di stabilità. Se invece la spesa oltre misura non servirà per accrescere il pil, «scatteranno dei vincoli».
«Si tratta di notizie che non creano tensione sul mercato del debito, che resta in condizioni di stabilità», osserva il professore. Per quanto riguarda l’asset management, «si sta creando un sentiero di azione molto chiaro, che va dal Next generation fund alle parole di Gentiloni: ci sono alcuni ambiti della spesa pubblica (istruzione, infrastrutture, sanità, digitale, green) che sono gli assi portanti dello sviluppo europeo». In questi settori quindi si può e si deve spendere di più. Sono queste le grandi aree in cui dirigere gli investimenti». Parole come quelle pronunciate dal commissario non lasciano presagire tempeste sugli spread e confermano le linee di direzione economica dell’Europa.

Quella di Paolo Gentiloni non è una posizione di mediazione, ma di innovazione rispetto alla tradizione rigorista Ue. I debiti esistono, ma non sono tutti uguali. Il modo giusto di spendere deve essere consentito. Ma non appena la pandemia lo consentirà, i paesi più indebitati, come l’Italia, dovranno fare molta più attenzione al loro bilancio. Il tema del debito non è scomparso, ma rinnovato. Resta inteso che i governi devono essere credibili (spread basso) e capaci di investire in attività ad alto valore aggiunto. Potrebbe essere la chiave per un percorso di riforma virtuoso. L’Italia deve risolvere i suoi problemi atavici: il peso e la lentezza della pubblica amministrazione, le inefficienze dell’apparato statale, l’evasione fiscale. Mancanze storiche e strutturali da colmare a prescindere dall’Europa.

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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