Parità di genere nella busta paga? Non in Gran Bretagna

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Le donne ai vertici delle società quotate sul Ftse 100 intascano uno stipendio medio di 237mila sterline. Il 73% in meno rispetto alla controparte maschile

Claire Carter di New street consulting group: “L’ampio divario retributivo all’interno dei cda è in gran parte legato al fatto che il 91% delle donne ricoprono ruoli non esecutivi. Concentrarsi esclusivamente sulle percentuali di professioniste nei board non basta”

Ma per chi riesce a raggiungere tali posizioni di vertice, la situazione non sembra migliorare: i direttori esecutivi al femminile guadagnano in media 1,5 milioni di sterline, contro i 2,5 milioni della controparte maschile

Continua la controversa corsa in “rosa” ai vertici del Ftse 100. Specie quando si parla di busta paga. Secondo un nuovo studio di New street consulting group, le dirigenti delle 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange intascano attualmente uno stipendio medio di 237mila sterline. Il 73% in meno rispetto alla controparte maschile (875.900 sterline). Un divario, tra l’altro, nettamente superiore anche al mercato del lavoro più ampio, dove raggiunge il 15,5%.
“L’ampio gender pay gap all’interno dei board è in gran parte legato al fatto che il 91% delle donne” ottengono “ruoli non esecutivi”, osserva Claire Carter di Nscg. Ruoli, spiega, che tendono a percepire una remunerazione “molto più bassa” rispetto a quelli esecutivi. Dello stesso avviso Ann Cairns, executive vice chair di Mastercard e global chair del 30% Club (i cui membri, ceo e presidenti di organizzazioni private e pubbliche, si impegnano personalmente nel promuovere la leadership femminile, ndr) ascoltata dal Financial Times, secondo la quale il problema è probabilmente che “le donne ricoprono un minor numero di posti di lavoro più remunerativi”, come presidenti o direttori senior. Ma per chi riesce a raggiungere tali posizioni di vertice, la situazione non sembra migliorare: i direttori esecutivi al femminile guadagnano in media 1,5 milioni di sterline, contro i 2,5 milioni della controparte maschile.
“Sebbene siano stati compiuti grandi progressi nel portare più donne nei consigli di amministrazione, questa ricerca mostra che resta ancora molto da fare”, continua Carter. “Concentrarsi esclusivamente sulle percentuali di donne nei board non basta quando si cerca di raggiungere la parità”.

La chiave, spiega, è garantire che le professioniste abbiano maggiori responsabilità esecutive e siano formate e preparate adeguatamente per assumere tali responsabilità. Senza dimenticare che diversi studi dimostrano come consigli di amministrazione diversificati siano associati a migliori prestazioni finanziarie, inclusi profitti più elevati e maggiori rendimenti nei mercati azionari. Un recente rapporto del Financial reporting council, in collaborazione con la London business school, il Leadership institute e Sqw, mostrano per esempio che avere almeno una donna nel board potrebbe consentire un incremento dei prezzi delle azioni del 10% in un solo anno. Una percentuale che salirebbe al 25% in cinque anni per i cda con una rappresentanza femminile del 33%. Per Carter, inoltre, aumentare il numero di donne che rivestono ruoli esecutivi potrebbe anche “ispirare una maggiore presenza femminile” nei board, “a ulteriore vantaggio dell’azienda”.

Ricordiamo che il 34,3% delle posizioni nei consigli di amministrazione del Ftse350 è in rosa (stando agli ultimi dati risalenti al mese di gennaio e raccolti dal quotidiano economico-finanziario britannico) contro il 21,9% di ottobre 2015. Un risultato ottenuto dopo che nel 2016 il governo britannico e l’Hampton-Alexander Review hanno sostenuto l’obiettivo di raggiungere una percentuale del 33% di donne nei board entro la fine del 2020.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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