Pip e fondi pensione aperti a confronto: costi e rendimenti a nudo

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Un uomo in camicia bianca è seduto al tavolo di un bar all'aperto, con un giornale in una mano e il mento appoggiato sull'altra. Una tazza di caffè è sul tavolo di fronte a lui. Guarda pensieroso in lontananza.

I Pip sono la versione assicurativa del fondo pensione: cosa cambia nella pratica fra costi, rendimenti e situazioni in cui possono dire la loro

Indice

Chi desidera costruirsi una rendita integrativa per la pensione e non ha accesso ai fondi di categoria avrà un bivio di fronte a sé: il fondo pensione aperto (Fpa) e il piano individuale di previdenza assicurativo (Pip). Entrambi sono prodotti pensati per offrire una rendita a vita che si aggiunge a quella della pensione pubblica e permettono di ridurre il rischio di erodere o esaurire il capitale familiare in caso di grande longevità.

Come suggerisce il nome, il Pip lo costruiscono le compagnie assicurative e, sotto il cofano, ci sono polizze vita. Nella pratica, però, fondi pensione e Pip godono degli stessi trattamenti fiscali agevolati: deducibilità dei versamenti dal reddito imponibile, rendimenti tassati in modo ridotto, esenzione dell’imposta di successione sul capitale accumulato in caso di morte dell’aderente prima che quest’ultimo sia andato in pensione. Tuttavia, i Pip sono gravati da maggiori oneri, come tutti i prodotti assicurativi.

Grafici a barre che mostrano dati finanziari in quattro sezioni: "Comparti Garantiti", "Comparti Obbligazionari", "Comparti Bilanciati" e "Comparti Azionari". Ogni grafico mostra i dati ISC in barre verdi con linee per ISC medio FPN, FPA e PIP.
ISC=indicatore sintetico dei costi dopo 2, 5, 10 e 35 anni. Fonte: Covip

Il costo medio del Pip rispetto al fondo pensione aperto corrispondente per approccio di investimento (azionario, bilanciato, eccetera) è sempre più elevato, come si può esservare dalle tabelle dell’autorità di vigilanza Covip. Questo si traduce in una maggiore probabilità di incappare in un prodotto costoso che a lungo termine genera meno capitale al momento della pensione. Il fatto che dietro al Pip ci sia una compagnia assicurativa non li rende neanche più sicuri di quanto già non siano i fondi pensione: infatti, le somme conferite nei fondi pensione o Pip sono escluse dal fallimento, che non costituisce in alcun modo un rischio per chi versa in forme di previdenza complementare.

Nonostante l’evidente svantaggio dei costi, i Pip hanno continuato a crescere nel 2023, con un aumento delle posizioni e 189mila nuove adesioni. Sono circa 3,6 milioni di italiani ad aver investito in uno o più Pip, secondo i dati dell’ultima relazione annuale compilata dalla Covip.

In oltre 7 casi su dieci, chi opta per il Pip lo fa per avere la garanzia di restituzione del capitale tipica delle polizze di ramo I (gestioni separate). Solo il 28,2% opta per i Pip che hanno come sottostante delle polizze di ramo III, ossia quelle che non offrono il capitale garantito (13,1% con approccio azionario, 10,8% bilanciate e 4,3% obbligazionarie).

Anche i fondi pensione offrono linee a capitale garantito, che possono essere interessanti se mancano pochi anni alla pensione e non si vuole correre il rischio che un crollo dei mercati riduca in modo irreparabile il capitale accumulato. Lo svantaggio, tuttavia, è che queste linee offrono rendimenti estremamente bassi. Nell’ultimo decennio sia i Pip a gestione separata sia i Fpa garantiti hanno reso meno del Tfr.


Il vantaggio che i numeri sembrano accordare al Pip, tuttavia, è che tende a fare meglio del fondo pensione garantito, pur avendo un profilo di rischio simile – molto basso. Infatti, nell'ultimo decennio i Pip in gestione separata hanno reso l'1,8% annuo contro lo 0,5% dei fondi pensione garantiti. Certo, il Tfr ha fatto ancora meglio (2,4%); ma per i lavoratori autonomi che hanno bisogno di un temporaneo parcheggio sicuro per i capitali investiti in previdenza complementare, passare da un fondo pensione più aggressivo a un Pip a gestione separata potrebbe essere una mossa utile.

Pip e fondo pensione: cambiare si può, e senza pagare tasse

Chi avesse optato per un Pip bilanciato, obbligazionario o azionario può sempre cambiare idea senza bisogno di riscattare nulla (e pagare le relative tasse): è sufficiente trasferire i capitali a un'altra forma di previdenza complementare. Il trasferimento è gratuito dopo due anni di adesione, e statisticamente è più facile che un fondo pensione aperto con questi approcci più aggressivi offra migliori chance di rendimento sul lungo periodo.

Alla luce dei dati, chi desidera far crescere il capitale nel lungo periodo troverà nei fondi pensione aperti una scelta più logica, grazie a costi inferiori e rendimenti mediamente superiori. Tuttavia, per chi ha bisogno di stabilità o protezione temporanea, i Pip con gestione separata possono rappresentare un'opzione valida, specialmente per i lavoratori autonomi - e fanno generalmente meglio dei fondi pensione a capitale garantito. Essere pronti a spostare i capitali tra forme di previdenza complementare permette di adattare la propria strategia nel tempo ed è la chiave per massimizzare le opportunità di rendimento e sicurezza.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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