Beltracchi, i due falsari d’arte alla ‘Bonnie e Clyde’ del XXI secolo

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Wolfgang ed Helene Beltracchi sono gli autori della truffa più famosa del mondo dell’arte degli ultimi decenni. Non copie, ma veri falsi d’autore per milioni di euro

Indice

Quattordici le opere d’arte false comprovate. Almeno ottanta i dipinti rintracciati dagli inquirenti. Quasi trecento i pezzi realizzati nel corso degli anni. Una truffa da 30 milioni di euro. Sei gli anni passati in carcere. Uno il tubetto di colore ad aver incastrato quello che è ritenuto il più grande falsario degli ultimi decenni (e la moglie, sua complice). I loro nomi sono Wolfgang ed Helene Beltracchi, i Bonnie e Clyde dell’arte, “senza armi e con solo matite”, come si definirono in un’intervista del 2015 alla Cbs.

Wolfgang ed Helene Beltracchi, vita da falsari

Wolfgang Fischer nasce nel 1951 vicino a Düsseldorf, in Germania. Il padre è un restauratore di chiese antiche che arrotonda le entrate mensili riproducendo opere di grandi artisti come Picasso e Rembrandt. Così, quasi per gioco, imitandone il lavoro, Wolfgang nel suo tempo libero si diletta a creare fedeli copie, tra cui quella di Madre e figlio di Picasso a soli quattordici anni. Ma è la fine degli anni Sessanta: Wolfgang comincia a viaggiare per l’Europa, sperimentando l’uso di droghe. Fonda prima una galleria in Spagna, vive in Francia, lavora in Olanda.

Nel 1992 conosce Helene Beltracchi: l’anno seguente si sposano e lui adotta il cognome di lei. Ma il “talento” di Wolfgang deve essere sfruttato in qualche modo: la coppia, con la complicità della sorella di Helene e dell’amico Otto Shulte-Kellinghaus, getta le basi di quella che diventerà una delle più grandi truffe della storia dell’arte. Sua la geniale idea di fondo: non riprodurre mai opere già esistenti, ma crearne di nuove studiando e imitando fedelmente lo stile dei grandi artisti. Nascono così opere “inedite” di Heinrich Campendonck, Max Ernst, André Derain, Kees van Dongen, Fernand Léger, Max Pechstein e tanti altri.

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Wolfgang Beltracchi mentre lavora a un dipinto nel 2017. Courtesy: The Art Newspaper, Peter Kneffel/dpa/Alamy Live News

Non copie, ma veri e propri falsi d’autore

Tuttavia Beltracchi conosce le dinamiche del mercato dell’arte e sa che opere di grandi artisti del Novecento scoperte più di settant’anni dopo la loro presunta creazione non possono passare inosservate. Nasce così l’idea di giustificarne la provenienza, o meglio, di attribuirgliene una di tutto rispetto. Sfogliando i cataloghi delle più famose collezioni d’arte del passato, Wolfgang si imbatte nelle fotografie di una mostra della raccolta personale di Alfred Fletcheim (1878-1937), un ricco mercante ebreo residente a Berlino costretto dai nazisti a lasciare la Germania nel 1933. Composta da grandi artisti dell’avanguardia tedesca e francese, la collezione d’arte troppo “moderna” e degenerata per il regime venne confiscata o venduta dalla Gestapo. Una storia troppo perfetta, quella di Fletcheim, per non essere sfruttata dai Beltracchi.

Così Wolfgang inizia a creare ex novo quadri nello stile di quelli appartenuti alla collezione ritenuta ormai perduta. Compra nei mercatini delle pulci tele degli stessi anni dei presunti quadri dispersi, scrostandole dalle precedenti mani di pittura e dipingendole da zero. Acquista gli stessi colori in commercio nei primi anni del Novecento. Fa analizzare in laboratorio tele e pigmenti per essere certo siano coevi agli anni di attività dei pittori da lui copiati. Studia attentamente le opere e lo stile degli artisti da riprodurre. Pensa, prima che dipinge, nella loro stessa maniera, adottandone le medesime tecniche e processi creativi. Espone per giorni le sue opere all’aria aperta in modo da restituire loro un aspetto antico. Vi appone sul retro etichette “anticate” dopo essere state immerse in una tazza di caffè.

Storia di un’attribuzione: la collezione Jägers

I coniugi sanno però quanto sia necessario un pretesto per spiegare come le opere di Fletcheim siano finite nelle loro mani. Entra così in gioco la moglie Helene: i capolavori perduti farebbero capo alla collezione di Werner Jägers, un capitano d’industria da cui Helene avrebbe ereditato le opere. Ma Jägers altro non fu che il nonno di Helene, e mai ebbe rapporti con Fletcheim. Per non lasciare nulla al caso, Wolfgang acquista una macchina fotografica degli anni Venti e ritrae Helene nei panni di sua nonna, la moglie di Jägers, vestita in abiti d’epoca e seduta a un tavolo, un filo di perle al collo e le opere create da Wolfgang appese alle pareti. La fotografia, così come le etichette sul retro dei quadri riportanti il nome del nonno di Helene, viene anticata. La provenienza è giustificata, servono solo dei complici per mettere in pratica il piano dei due coniugi.

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Helene Beltracchi nei panni della nonna Josephine Jägers. Courtesy: Medium

I falsi Beltracchi ammaliano il mondo dell’arte

Con l’aiuto di Otto Shulte-Kellinghaus e della sorella di Helene, i quadri di Beltracchi fanno pian piano capolino nel mercato dell’arte. I falsi ammaliano gallerie, collezionisti e case d’asta. Penetrano talmente tanto il sistema che Christie’s stampa un quadro di Wolfgang sulla copertina di uno dei suoi cataloghi e un collezionista americano compra un Ernst fasullo per 7 milioni di dollari, ritenendolo “uno dei più belli che abbia mai visto”. “I musei di tutto il mondo sono pieni dei miei quadri”, civetta Beltracchi alla Cbs. “I musei di tutto il mondo sono pieni dei miei quadri. Potrei fare un Cézanne, certo. O un Rembrandt, o un Leonardo. Un Bellini forse no, Bellini è davvero difficile”. Nell’intervista-documentario, Wolfgang mostra alla troupe la creazione di un falso Ernst in tempo reale: comincia a dipingere su un ponticello di legno vicino casa “perché l’artista lavorava su un pavimento d’assi”. Interpellato su quanto potrebbe valere l’opera, Beltracchi risponde “Direi cinque milioni di dollari”.

Dopo la condanna, un’autobiografia e un film

Beltracchi e la moglie si arricchiscono in fretta, come testimoniano le ville acquistate in Francia, le macchine sportive e i soggiorni in hotel di lusso a Las Vegas e a Monaco. Fino al 2006, quando un’analisi di laboratorio rivela che sul dipinto attribuito a Campendock Quadro rosso con cavalli, acquistato dalla società maltese Trasteco, sono presenti tracce di un pigmento al bianco di titanio, non ancora in commercio nel 1914, la presunta data di realizzazione dell’opera. Il sistema dell’arte si allarma, così come le forze dell’ordine: Wolfgang ed Helene vengono arrestati a Friburgo nell’agosto 2010. Nel processo dell’anno seguente, Beltracchi ammette di aver falsificato 14 opere e viene condannato a sei anni di carcere; la moglie a quattro, Otto a cinque.

Usciti di prigione, Wolfgang e la moglie si trasferiscono prima in Francia e poi in Svizzera, dove lavorano come artisti (creando solamente opere a proprio nome), pubblicano autobiografie e film (The Art of Forgery, del 2014) e “guadagnano milioni dalla vendita dei dipinti a firma, questa volta, di Beltracchi. Così il falsario più famoso degli ultimi decenni “l’ha fatta franca”, ma con la coscienza di “non aver mai fatto male a nessuno. Il mercato dell’arte è fatto di soggetti disposti a pagare 12 milioni di euro per un quadro. In questo ambiente l’arte è definita per mezzo dei soldi e ciò è decisamente triste. Per me l’arte è creatività, per cui un artista è qualcuno che fa cose creative. E sì, io mi considero un artista”.

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Quadro rosso con cavalli, il falso dipinto di Campendonck che portò alla scoperta della truffa dei coniugi Beltracchi

di Giulia Bacelle

Laureata in Economia e Gestione dei beni culturali e dello spettacolo presso l’Università Cattolica di Milano. Per We Wealth scrive di finanza, arte e beni da collezione, e gestisce progetti ed eventi in questi settori

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