Intelligenza artificiale in azienda: 6 consigli per non fare danni

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Potenzialità e rischi della più dirompente delle tecnologie: l’intelligenza artificiale. Ecco sei regole per usarla al meglio in azienda, evitando la perdita di posti di lavoro, ma anzi aumentando la produttività e la soddisfazione dei lavoratori

Indice

Si parla tanto di intelligenza artificiale (AI) e se ne evidenziano le indubbie virtù e vantaggi per le aziende.

Allo stesso tempo crescono le notizie sui disastri più o meno silenziosi della possibile “epidemia
tra i lavoratori. L’atterraggio sarà in un mondo di mezzo, che può essere migliorato. Sta a noi
(ai manager, alle imprese) decidere se la realtà di mezzo può essere migliorata.

Ecco in sei punti alcuni possibili consigli sul come fare.

1 – L’azienda sa usare la tecnologia?

Spesso nelle aziende le tecnologie sono usate solo parzialmente. E i manager hanno una modesta
capacità di occuparsi del come le cose vengono fatte. Limitandosi all’acquisto IT e riponendo aspettative magiche sulla “next tech”. A scapito del Roi dell’investimento.

2 – Partire dai problemi e non dall’intelligenza artificiale

È la conseguenza del primo punto. Non introduciamo la nuova tecnologia senza prima aver fatto una disamina approfondita del problema da risolvere ed essere partiti dall’ecosistema su cui vogliamo operare. In questo senso meglio progetti pilota sui quali verificare gli impatti e i Roi che introduzione
a pioggia.

3 – Progettate e misurate gli impatti

Quando progettate, non curate solo gli impatti auspicati sulle variabili finanziarie (saving) e di aumento dell’efficienza. Ragionate anche su “costi e opportunità nascosti” e cercate di farli emergere per tempo, per poter avere una visione completa e ragionevole. Questo prevede anche di ragionare dell’impatto su processi e persone.

4 – Pensare alla human intelligence

Possiamo pensare al nostro human capital come a un semplice fattore di produzione da sostituire
(dove possibile) con l’intelligenza artificiale (IA). Ma le persone saranno preziose anche dopo l’introduzione dell’IA.

Attenzione a un dettaglio: meno persone potrà voler dire che non abbiate usato la IA per far crescere l’azienda, solo per tagliare i suoi costi. Potrebbe non essere un buon segnale strategico. La IA deve portare a un empowerment del capitale umano aziendale. L’alternativa è un quadro di fuga dei talenti, demotivazione e luddismo. In ultima analisi: costi occulti.

5 – Gestire le aspettative è il lavoro

Di solito si trovano almeno tre-quattro livelli di aspettative delle persone di fronte all’introduzione
di IA: le persone chiedono un patto fra azienda e il suo capitale umano per un uso giusto, rispettoso e orientato all’empowerment della persona in azienda.

Ancora, si aspettano che l’azienda le aiuti a crescere, come individui e professionisti.

Terzo punto: si aspettano che il loro lavoro supportato dalla IA perda una parte della sua “noiosità”. Questo tema è trasversale sulle generazioni, ma tocca più da vicino i talenti della Next Gen. Se la noia uccide soprattutto i giova¬ni, lo stress colpisce soprattutto le figure medio-mature e con mag¬giori responsabilità. Se gestiremo – come qualcuno ipotizza – la IA per sostituire il middle manage¬ment, invece di farlo crescere, a¬vremo di certo tagliato i costi, ma non migliorato le aziende.

6 – Fate sentire alle persone che hanno il controllo

Questo potrebbe essere il consiglio sintetico e finale per i settori complessi che vogliono introdurre IA. Se applichiamo ad esempio il ragionamento al mondo del wealth management lo troviamo perfettamente coerente con le aspettative di banker e consulenti finanziari. Loro sono favorevoli ad avere dei supporti semplici e che alleggeriscano o migliorino il loro lavoro. Ma chiedono di essere coinvolti nel processo di utilizzo della IA, ad esempio facendo loro da mediatori fra i sistemi IA offerti dalla loro banca e i loro clienti-investitori. Il futuro private banking sarà più umano e relazionale e con superpoteri.

di Fabrizio Fornezza

Sociologo, imprenditore, ricercatore sociale e di mercato. Laureato in Scienze Politiche e Sociali all’Università di Milano, è stato dg di GfK Eurisko e presidente di Eumetra. Da luglio del 2021 è partner di Research Dogma, un nuovo istituto di ricerca orientato a risolvere problemi per le organizzazioni, portando soluzioni più agili, specifiche e innovative, adatte ai nuovi contesti di competizione.

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