Creare connessioni e rafforzare l’ecosistema dell’innovazione italiano. È questo il fil rouge intorno al quale si è sviluppata la tavola rotonda organizzata da Zero One Hundred in occasione del lancio ufficiale di 0100 International 2026, quarta edizione della conferenza internazionale dedicata al private capital, in programma il 28 e 29 ottobre a Milano. L’appuntamento riunirà circa 700 decision maker, oltre 120 speaker e professionisti provenienti da più di 50 nazionalità.
Layla Pavone, coordinatrice del Board per l’Innovazione tecnologica e la trasformazione digitale del Comune di Milano, ha aperto il confronto sottolineando come la città scelta per la conferenza sia rappresentativa del tessuto innovativo del Paese. Milano si pone infatti come uno dei principali candidati italiani ad attrarre capitali e talenti grazie alla presenza di università, imprese, centri di ricerca, istituzioni finanziarie e operatori dell’innovazione. “È la capitale economica e finanziaria italiana e sta diventando sempre di più la capitale dell’innovazione, un luogo nel quale finanza, tecnologia, ricerca, imprenditorialità, creatività e istituzioni pubbliche si incontrano”, ha osservato Pavone.
Il gap italiano e la sfida-opportunità
L’Italia resta tuttavia indietro rispetto ai principali mercati europei. A evidenziarlo è stato Francesco Cerruti, direttore generale di Italian Tech Alliance, citando i dati dell’osservatorio realizzato con Growth Capital: nel 2025 le startup italiane hanno raccolto circa 1,735 miliardi di euro, contro i 2,3 miliardi della Spagna, i 7,7 miliardi della Francia e i 21,6 miliardi del Regno Unito. Un divario che rappresenta al tempo stesso una criticità e un importante margine di crescita.
Approfondendo il caso italiano, Pavone ha ricordato che la Lombardia ha attratto circa 932 milioni di euro di venture capital nel 2025, confermandosi la prima regione italiana per investimenti nelle startup.
Non basta creare startup, occorre saperle trasformare in scaleup
La sfida, però, non consiste più soltanto nel far nascere nuove imprese. L’obiettivo è quello di “passare dall’essere un ecosistema di startup di successo a un ecosistema di scaleup realmente competitivo”, ha affermato Pavone. E a tal proposito ha aggiunto: “per molti anni, una delle debolezze strutturali del nostro ecosistema è stato il divario di finanziamenti tra l’early stage e la fase di crescita”. Il Paese è infatti ricco di risorse, ma servono capitali capaci di accompagnare gli imprenditori lungo tutto il percorso. Questo implica la necessità che un numero sempre maggiore di investitori internazionali guardi all’Italia non come un mercato in cui investire occasionalmente, ma come una piattaforma di lungo periodo dell’innovazione europea.
È proprio in questa direzione che si inserisce anche il percorso avviato da Lisa Di Sevo, Managing Partner di PranaVentures, con P101. L’obiettivo, ha spiegato, è creare un operatore più grande, capace di accompagnare le società anche nella fase di crescita e di competere in un ecosistema sempre meno italiano e sempre più europeo.
Cerruti ha riassunto questa ambizione prendendo in prestito una metafora dal ciclismo e citando Luca Guercilena, direttore delle corse RCS: “Non devo essere io ad andare a chiedere ai campioni di venire al Giro d’Italia. Devo costruire un percorso tale da fare in modo che siano loro a voler partecipare”.
Un ecosistema che si autoalimenta
Il termine “ecosistema” utilizzato da Pavone non è casuale. L’innovazione nasce sempre più spesso dall’incontro tra mondi diversi: “La tecnologia incontra il design, le piattaforme digitali incontrano nuovi servizi finanziari, le tecnologie del clima incontrano le infrastrutture urbane, la ricerca incontra l’imprenditorialità e le città stesse diventano piattaforme dell’innovazione”.
Ma le connessioni riguardano anche le persone e i capitali. Giulia Giovannini, Partner di United Ventures, ha sottolineato in questo senso l’importanza dell’“effetto moltiplicatore”: imprenditori che costruiscono aziende di successo generano ricchezza, competenze e nuovi manager e alcuni di questi possono successivamente lasciare quelle aziende per fondarne di nuove, mentre gli stessi founder possono reinvestire parte della ricchezza accumulata nell’ecosistema.
In questo processo assumono particolare importanza le storie di successo capaci di dimostrare che anche dall’Italia è possibile costruire aziende competitive a livello internazionale.
Cerruti ha richiamato, tra gli altri, il caso di Bending Spoons, mentre Giovannini ha raccontato quello di Exein, società italiana di cybersecurity nel portafoglio di United Ventures, che ha recentemente raggiunto lo status di unicorno.
Privato e pubblico non sono alternativi
Perché questo meccanismo possa accelerare occorre anche ampliare la platea di investitori che finanziano i fondi di venture capital: è qui che entrano in gioco grandi patrimoni e investitori istituzionali, come fondi pensione e compagnie assicurative. Di Sevo ha sottolineato come gli incentivi possano rappresentare una leva importante per avvicinare nuovi investitori all’asset class: “L’incentivo permette l’avvicinamento di determinati tipi di investitori a un prodotto come quello del venture capital”.
Rimane però una barriera culturale e regolamentare. Secondo Di Sevo, soprattutto casse e fondi pensione possono mostrare ancora una certa cautela di fronte a un’asset class caratterizzata da orizzonti temporali lunghi: “Non bisogna avere fretta. Un ecosistema si costruisce in 20 anni, non in 3-5”, ha ricordato, richiamando il concetto di capitale paziente.
La crescita dell’ecosistema non può però essere affidata esclusivamente al capitale privato. Secondo Cerruti, le basi per crescere ci sono, ma è necessario un maggiore coinvolgimento dei policy maker: “È vero che il piano è inclinato, ma senza il sostegno dei policy maker è un tavolo a cui manca una gamba”.
Dove guardano gli investitori
Sia Di Sevo sia Giovannini hanno individuato nell’intelligenza artificiale applicata a diversi ambiti uno dei principali motori dell’innovazione, dalla sanità alla robotica, fino alla gestione dei dati. Il focus, più in generale, resta sulla tecnologia, con particolare attenzione anche a cybersecurity, deep tech e digital asset.
Tecnologie differenti, accomunate da una condizione ricordata da Pavone: “La tecnologia crea valore solo se viene posta al servizio delle persone e non il contrario”.

