La Federal Reserve, ma anche la campagna elettorale del partito democratico, hanno ricevuto un’iniezione di fiducia che allontana, ancora una volta, l’ipotesi di un marcato rallentamento economico negli Stati Uniti. Nel secondo trimestre il Pil americano è cresciuto del 2,8%, sbriciolando le attese, fissate al 2,1%. “I dati saranno esaminati attentamente dalla Fed, in quanto la banca centrale sta cercando di sbloccare i tassi congelati, che attualmente si trovano in una fascia obiettivo compresa tra il 5,25% e il 5,50%, i livelli più alti degli ultimi 23 anni”, ha commentato il CIO di Moneyfarm, Richard Flax. “Se da un lato c’è un interesse congruo per la reazione della Fed, dall’altro ce n’è probabilmente ancora di più per l’impatto che questo avrà sulle elezioni presidenziali statunitensi”.
Per il momento, le chance che la Fed rimandi a ottobre il primo taglio dei tassi sono pari a zero secondo lo strumento CME FedWatch, che ricalca le posizioni dei trader sul mercato dei derivati.
Un “boom di produttività” per gli Usa
“Il rapporto sul Pil di oggi ha fornito ulteriori prove che i timori riguardo a un rallentamento dell’attività economica negli Stati Uniti sono forse esagerati”, hanno commentato gli analisti di Ebury. “La grande domanda rimane se un ritmo di crescita così solido possa essere mantenuto così in profondità nel ciclo economico. A differenza dell’Europa, riteniamo che l’impatto dei tassi più bassi della Fed avrà un effetto minimo sulla domanda interna quest’anno, mentre la sovraperformance dell’economia statunitense fino ad ora lascia poco spazio a ulteriori sorprese positive”.
Per il momento, i segnali inviati dall’economia americana sembrano sostenere la tesi dell’atterraggio morbido, supportata da una crescita economica ‘sana’, ossia che non genera eccessivi aumenti dei prezzi. Secondo il capo economista di RSM, Joseph Brusuelas, i dati indicano che “l’economia americana è nel mezzo di un boom nella produttività, che aumenterà gli standard di vita attraverso una minore inflazione, bassa disoccupazione e aumenti dei salari reali”.
Un ulteriore banco di prova sul fronte macro è atteso venerdì 26 luglio con la pubblicazione, nel primo pomeriggio italiano, dell’indice dei prezzi PCE di giugno (il più influente sulle decisioni di politica monetaria della Fed).
Mentre la corsa dell’economia americana potrebbe instillare nuove speranze anche sull’andamento degli utili societari, si osservano contraccolpi in altri mercati. Ad esempio, tornano a farsi sentire le vendite sull’oro, arrivato a perdere oltre il 2,2% a un minimo di giornata di 2.357,20 dollari l’oncia. Male anche gli altri metalli preziosi, come l’argento (-4,5%) e il platino (-2,6%). Questi movimenti potrebbero essere interpretati come un segnale di riduzione dell’avversione al rischio da parte degli investitori, alla luce delle prospettive economiche positive.
Auto e tech in panne
A livello di settori aziendali, poi, ci sono aree che stanno registrando forti delusioni. Le trimestrali, in particolare, si stanno rivelando una vera e propria penitenza per alcuni dei più grandi nomi dell’automotive: dopo il tonfo di Tesla, che nelle ultime cinque sedute è arrivata a perdere oltre il 10% del suo valore, i conti sotto le attese pubblicati da Ford e Stellantis hanno falciato i due titoli rispettivamente del 17% e dell’8,7% nel corso della seduta di giovedì.
Il recente pessimismo sulle Big Tech è pesato, più in generale, sul,e chiusure delle Borse europee e asiatiche giovedì, in scia alla pubblicazione dei risultati di Alphabet e Tesla. Gli investitori, del resto, erano già sull’attenti dopo una settimana in cui i portafogli si sono spostati verso le società quotate a più piccola capitalizzazione. Nel comparto tech, però, non solo Alphabet e Tesla hanno mancato le previsioni. All’interno dell’indice S&P 500 sono 19 su 48 le società tecnologiche che hanno già riportato i risultati trimestrali al 25 luglio. Secondo i dati LSEG, il 21% di queste società ha deluso le attese degli analisti, un risultato peggiore rispetto alla media di tutte le società (15%).

