Il nuovo piano finanziario di UniCredit, “Unlimited”, ha innalzato l’asticella degli utili (a 13 miliardi al 2028) e della redditività attesa, con un RoTE in salita dal 19,2% del 2025 a oltre il 23% entro il 2028, confermando al tempo stesso l’impegno a distribuire agli azionisti l’80% dell’utile tra dividendi e buyback. Gli investitori hanno premiato il titolo a Piazza Affari, arrivato a guadagnare circa il 6%.
Nella ricetta delineata dall’ad Andrea Orcel saranno centrali le fabbriche prodotto finanziarie e assicurative interne, che guideranno la crescita delle entrate commissionali trattenendo maggiore valore lungo la catena, ma anche la qualità del margine d’interesse, che si focalizzerà su attività più remunerative come il credito al consumo. Accelera poi la spinta tecnologica, non solo nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, ma anche della blockchain, con l’obiettivo dichiarato di rendere UniCredit un leader nella tokenizzazione.
Per quanto riguarda le operazioni di M&A, Orcel ha ribadito il concetto di opzionalità: la porta a nuove acquisizioni resta aperta (dopo il tramonto del tentativo su Banco BPM), ma solo se il valore generato dall’operazione per gli azionisti supera quello del buyback.
Messaggi che arrivano dopo un 2025 solido, chiuso con ricavi netti pari a 11,7 miliardi (+5% a/a), commissioni e assicurazioni nette a 8,2 miliardi (+8%) e una redditività già di vertice nel panorama europeo. “La nostra ambizione ci sta portando con costanza a sovraperformare in termini di crescita redditizia, di generazione di capitale e di distribuzioni”, ha dichiarato Orcel.
La banca punta a ricavi netti superiori a 25 miliardi nel 2026, costi stabili o in lieve calo (pari al massimo a 9,4 miliardi) e un utile netto intorno agli 11 miliardi, per poi salire di ulteriore passo nel triennio successivo. Sul fronte della remunerazione, UniCredit conferma una politica molto generosa: 9,5 miliardi di distribuzioni relative al 2025, tra dividendi e buyback, con un dividendo per azione di 3,1487 euro.
M&A sotto controllo e focus sulle fee: disciplina prima di tutto
Nel disegno strategico di UniCredit non c’è alcuna corsa alle acquisizioni. “Le operazioni di M&A non sono una necessità”, ha chiarito Orcel durante la conference call, “possono rappresentare un acceleratore solo se creano valore aggiuntivo rispetto all’alternativa del riacquisto di azioni proprie”.
La crescita resta quindi prevalentemente organica, con una chiara disciplina allocativa. “Abbiamo una strategia solida, un piano credibile e una capacità di esecuzione dimostrata”, ha ribadito il ceo. Detto questo, UniCredit mantiene un’opzionalità strategica, grazie a due partecipazioni rilevanti (Commerzbank e Alpha Bank) e alla presenza in 13 mercati europei. Eventuali operazioni straordinarie dovranno però superare un filtro stringente: “Devono avere un razionale industriale chiaro e offrire un ritorno superiore a quello garantito dal buyback”.
Nel piano, quindi, non è incorporata alcuna acquisizione rilevante. Operazioni di tipo bolt-on, soprattutto in Europa centro-orientale, potrebbero essere assorbite senza alterare la traiettoria finanziaria. Diverso il discorso per operazioni più grandi nei mercati core, che “richiederebbero un’attenta valutazione, anche perché potrebbero comportare un aumento di capitale e una distrazione rispetto all’esecuzione del piano”.
Il vero perno della strategia è invece il rafforzamento strutturale delle fee, attraverso un modello sempre più basato su fabbriche prodotto interne.
Onemarkets, fabbriche prodotto e qualità dei margini
È sull’asset management che UniCredit sta giocando una parte centrale della trasformazione del proprio modello. “Nell’asset management stiamo ridefinendo il ruolo tradizionale del distributore”, ha spiegato Orcel. “Con onemarkets abbiamo dimostrato che è possibile catturare una quota crescente della catena del valore, internalizzando le componenti in cui possiamo realmente fare la differenza”.
I numeri raccontano un cambio di passo netto: le masse di onemarkets sono cresciute da zero a oltre 30 miliardi in tre anni. L’obiettivo è più che raddoppiarle entro il 2028 e triplicarle entro il 2030. Parallelamente, la quota di valore trattenuta internamente sulle attività di asset management è salita da circa il 60% a oltre l’80%, con un target superiore all’85% nel 2028.
“Questo modello migliora l’esperienza per il cliente, rafforza il controllo sulla qualità del prodotto e rende strutturalmente più solidi i margini del gruppo”, ha aggiunto Orcel. La stessa logica di fabbrica prodotto viene applicata anche alle assicurazioni, la cui componente vita è stata internalizzata lo scorso anno, contribuendo a spostare il mix dei ricavi verso componenti capital-light e ricorrenti. Nel 2025 l’incidenza di commissioni da investimenti e assicurazioni ha già raggiunto il 36,4% (+2,4 punti rispetto al 2024), il secondo livello più alto fra le banche italiane.
Un’attenzione particolare sarà rivolta, tanto nel credito quanto negli investimenti della clientela, ai margini generati. Non tutti i prodotti, ha ricordato Orcel, generano lo stesso valore. “Un fondo monetario non ha lo stesso margine di un certificato a capitale protetto, di una polizza unit linked o di un fondo strutturato distribuito tramite onemarkets. Ogni prodotto risponde a esigenze diverse del cliente e va inserito in una logica complessiva di portafoglio”. È anche per questo che UniCredit ha “sovraperformato sulle commissioni” e sviluppato fabbriche prodotto “best in class, sempre più supportate dall’intelligenza artificiale”.
Nonostante il tema dei margini resti centrale, UniCredit prevede di lanciare nel 2026 gli ETF “della casa”, che presumibilmente rientreranno nell’offerta di consulenza remunerata a parcella. Nel corso dell’anno seguiranno anche gli UC Invest Alternatives, che amplieranno l’accesso ai mercati alternativi, oltre a certificati il cui contenuto è determinato dal cliente e a prodotti previdenziali di gruppo.
Gli interventi con cui UniCredit ha ricalibrato la propria proposizione commerciale hanno già fatto balzare dal 50% al 70% la quota di vendite lorde di prodotti “della casa” negli ultimi dodici mesi.
Sul fronte dei partner esterni, l’accordo distributivo con Amundi resta in vigore fino al 2027, mettendo in conto il pagamento delle relative penali per il mancato rispetto dei livelli minimi di vendita. “È un elemento noto e incorporato nella nostra pianificazione”, ha precisato Orcel, sottolineando come la progressiva internalizzazione e lo sviluppo di onemarkets stiano già modificando in profondità il mix delle nuove vendite, senza compromettere la stabilità economica nella fase di transizione.
Credito selettivo, crypto con prudenza e tokenizzazione come leva industriale
La disciplina è la stessa anche sul fronte del credito. “La crescita dei volumi, se avviene a scapito dei margini, non crea valore”, ha ribadito Orcel. “Un miliardo di nuovi prestiti vale solo una frazione di punto base di margine: inseguire i volumi senza disciplina non è una strategia sostenibile”.
Per molte banche il 2026 sarà un anno di crescita del margine d’interesse più per effetto dell’aumento dei volumi che per il miglioramento dei margini. Per UniCredit, invece, il punto è espandere i margini sui crediti, già oggi i più elevati tra le banche italiane, puntando a un NII RoAC intorno al 20%.
Da qui la scelta di non spingere sui mutui, dove i margini sono strutturalmente bassi, e di puntare invece sul consumer lending. “I mutui continuiamo a offrirli, ma non li utilizziamo come leva di crescita. Al contrario, abbiamo puntato con decisione sul credito al consumo, dove i margini sono multipli rispetto a quelli dei mutui e nettamente superiori al costo del capitale”, ha dichiarato Orcel. “Oggi UniCredit è leader nel consumer lending, con un costo del rischio inferiore a quello dei concorrenti. Questo è il risultato di modelli di credito, piattaforme tecnologiche e competenze costruite negli ultimi anni. È una leadership difficile da replicare rapidamente”.
Apertura crypto e tokenizzazione
Anche sulle criptovalute l’approccio resta prudente. “Non intendiamo spingere questi strumenti”, ha spiegato il ceo, “ma se un cliente consapevole desidera accedervi, riteniamo corretto rispettare questa scelta, fornendo tutte le informazioni necessarie sui rischi”. L’offerta passa da ETP crypto e da certificati a capitale protetto, con la trasparenza come principio guida.
Infine, uno sguardo al futuro dell’infrastruttura finanziaria. “La tokenizzazione degli asset non è più un esercizio teorico, ma un passaggio industriale concreto”, ha detto Orcel. UniCredit ha già completato progetti pilota su minibond e strumenti strutturati, mentre sul fronte monetario è tra i promotori di Kivalis, iniziativa europea per creare un’alternativa alle stablecoin in dollari. “Per il segmento corporate – ha concluso – il tema centrale è disporre di stablecoin denominate in euro per i regolamenti on-chain. È su questo terreno che stiamo investendo”.

