La sovraperformance esg è destinata a tramontare?

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Un nuovo studio rivela che il mercato esg potrebbe presto restare vittima del proprio stesso successo. Anche per una questione di costi. E di “punteggi”

Se i primi investitori hanno beneficiato dell’aumento di interesse per i fattori esg, è probabile che le aziende si trovino ora a sostenere costi per migliorare i propri score ambientali e sociali, andando incontro a una minore redditività nel lungo termine

Parallelamente, quasi la metà del patrimonio globale in gestione risulta oggi impegnata a raggiungere obiettivi legati alla riduzione delle emissioni. E l’iniziativa “Net zero asset managers” conta 87 firmatari con 37mila miliardi di asset in gestione

Contribuire a placare la “febbre” del pianeta investendo in modo sostenibile, si può. Ma ottenere rendimenti più che elevati nel lungo periodo potrebbe non essere necessariamente una certezza. A preparare gli investitori a un imminente cambio di narrativa è un nuovo studio condotto da Abraham Lioui della Edhec business school e Andrea Tarelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Che rivela come il mercato esg (environmental, social, governance) stia raggiungendo la maturità e potrebbe restare vittima del proprio stesso successo.
Gli accademici hanno scoperto che la sovraperformance registrata tra il 2016 e il 2020 per i pilastri “e” e “s” dell’acronimo risulta superiore a 1 punto percentuale all’anno, a sostegno della tesi che le aziende possono fare bene facendo del bene. Ma la curva starebbe ormai impennando verso il basso. “Non dovrebbe essere una sorpresa se, a lungo termine gli investimenti esg hanno un costo per gli investitori”, spiega al Financial Times Greg Davies, head of behavioural science di Oxford Risk. Secondo l’esperto, se i primi investitori sono stati in grado di beneficiare dell’aumento di interesse per i fattori esg, è probabile che le aziende si trovino ora a sostenere dei costi per migliorare i propri score ambientali e sociali, andando incontro a una minore redditività nel lungo termine. Inoltre, precisa, la popolarità di tali tematiche e strategie ha fatto probabilmente aumentare i prezzi delle aziende con i punteggi migliori, senza che ciò corrispondesse necessariamente a una maggiore redditività. E “pagare un prezzo più alto per gli stessi profitti, significa minori rendimenti per gli investitori”, osserva Davies.
“I risultati del documento suggeriscono che, poiché gli asset si sono accumulati sui titoli con le più forti credenziali esg, la sovraperformance prevista di questi titoli è diminuita negli ultimi anni”, aggiunge Kenneth Lamont, senior fund analyst for passive fund research di Morningstar Europe. “Per molti nel settore finanziario questa notizia non sarà una sorpresa, poiché un’etichetta esg non esonera dalle leggi fondamentali del mercato”, spiega. Tuttavia, avverte, “poiché i fondi esg offrono un’esposizione a fattori ben documentati (ad esempio, sono noti per favorire titoli di alta qualità) ci si può ragionevolmente aspettare di sovraperformare il mercato ancora per lunghi periodi”. Sulla stessa linea d’onda anche Davies, che spostando l’attenzione su studi di finanza comportamentale, rivela come molti investitori non solo fossero pronti a barattare i risultati finanziari con l’impatto sociale dei propri investimenti, ma lo desideravano persino. Motivo per cui, conclude, l’esg “a un certo costo” non dovrebbe abbattere la domanda di investimenti sostenibili e responsabili.

Parallelamente, nei dati raccolti dal quotidiano economico-finanziario britannico, quasi la metà del patrimonio globale in gestione risulta oggi impegnata a raggiungere obiettivi legati alla riduzione delle emissioni. L’iniziativa “Net zero asset managers” avviata lo scorso dicembre al fine di stimolare il settore della gestione patrimoniale sul fronte del climate change, conta oggi 87 firmatari con 37mila miliardi di dollari di asset in gestione. Società che hanno aderito all’obiettivo zero emissioni nette entro il 2050 (o prima), in linea con gli sforzi per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Tra gli ultimi ingressi si segnalano Amundi, Franklin Templeton e Hsbc asset management. Ma c’è chi resta diffidente. Secondo Lara Cuvelier, attivista per gli investimenti sostenibili di Reclaim finance, molti dei recenti impegni dei gestori somigliano più ad “azioni zero” che a “zero emissioni nette”. Una recente ricerca del gruppo su 29 grandi società di gestione patrimoniale ha rivelato che, anche se molti stanno assumendo impegni climatici nel lungo termine, solo due hanno messo in campo politiche solide su questioni come la progressiva eliminazione del carbone.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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