Se corrono anche i salari: la chiave per capire Fed e Bce

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La Bce ha dichiarato più volte che i tassi, contro il caro energia, servono a poco; ma se i salari iniziano a crescere, la storia cambia

Negli Stati Uniti la crescita dei salari ha già raggiunto il 5,7% nei dodici mesi che vanno al gennaio 2022, e ha superato di un punto le previsioni degli economisti

L’andamento dei salari in Europa sarà uno degli elementi in grado di convincere le colombe del board Bce sulla necessità di chiudere prima il Qe e di aumentare i tassi; finora, la crescita osservata è stata ben inferiore al tasso d’inflazione

Il problema dell’inflazione, rimasto per anni fuori dai radar, è tornato ad animare anche gli organi di informazione generalisti. Nel corso di un talk show televisivo italiano di alcuni giorni fa, la giornalista Tiziana Panella ha evocato, fra i problemi dell’inflazione in Italia, il mancato adeguamento delle retribuzioni. Come avevamo raccontato in un precedente articolo, è vero che l’inflazione osservata in questi mesi sta colpendo soprattutto i ceti più deboli della popolazione – in particolare in Italia.

Il fatto che i salari europei non si siano adeguati ai prezzi, tuttavia, più che un problema è una ragione di sollievo. Quantomeno, lo è per la Banca centrale europea. Anche se è impopolare affermarlo apertamente, il fatto che la disoccupazione europea fosse nettamente più elevata di quella americana e che il potere contrattuale dei lavoratori fosse più basso, ha contribuito a ritardare l’aumento delle retribuzioni nel Vecchio Continente. Quando le imprese sono costrette a offrire salari più alti tendono ad aumentare i prezzi di beni e servizi per salvare i loro margini di profitto. Questo alimenta ulteriore inflazione e riduce, nuovamente, il potere d’acquisto dei consumatori. La spirale salari-prezzi rischia di mandare l’inflazione fuori controllo ed è un fenomeno di fronte al quale le banche centrali tendono ad intervenire rapidamente alzando i tassi d’interesse. Questo provvedimento scoraggia gli investimenti, deprime la crescita e crea un po’ più di disoccupazione. Ma è considerato un male necessario, secondo la maggioranza degli economisti.

Le previsioni economiche finora hanno indicato un raffreddamento dell’inflazione nella seconda metà dell’anno, poiché si ridurranno le pressioni sui prezzi esercitate dalla voce energetica e da altri fattori transitori legati alla pandemia. Questo rallentamento, però, sarebbe decisamente più blando se, nel frattempo, si innescasse una rincorsa fra salari e prezzi. Ciò aumenterebbe l’inflazione anche nel medio periodo. E le aspettative di un’inflazione più alta, ancora, incoraggerebbero i lavoratori ad adeguare al rialzo le proprie richieste.

Negli Stati Uniti la crescita dei salari ha già raggiunto il 5,7% nei dodici mesi che vanno al gennaio 2022, e ha superato di un punto le previsioni degli economisti. Le imprese fanno fatica a trovare i lavoratori di cui hanno bisogno e offrono paghe migliori. Sono queste le ragioni che hanno spinto la Federal Reserve a preannunciare, di fatto, un rialzo dei tassi per il prossimo meeting di marzo.

E in Europa? Interrogata sulla maggiore risolutezza della Fed e della Banca d’Inghilterra, la presidente della Bce, Christine Lagarde, aveva citato in primo luogo le differenze nell’andamento dei salari fra Eurozona, Usa e Regno Unito. Nell’Eurozona il dato più aggiornato, relativo al terzo trimestre, aveva indicato una crescita dei salari del 2,3%. In Italia, nel dicembre 2021, l’Istat ha rilevato un incremento dei salari dello 0,7% su base annua – mentre nello stesso periodo l’indice dei prezzi al consumo è salito del 3,9%.

L’aumento dei margini societari e la crescita dei prezzi decisamente più elevata di quella dei salari ha spinto gli analisti di ING a prevedere, per il 2022, una visibile accelerazione del costo del lavoro anche nell’Eurozona, che raggiungerà circa il 3% entro fine anno.

L’andamento dei salari in Europa sarà uno degli elementi in grado di convincere le colombe del board Bce sulla necessità di chiudere prima il Qe e di aumentare i tassi. Lagarde ha più volte indicato che la stretta monetaria non è una misura efficace per contrastare un’inflazione in larga parte proveniente da fattori fuori dal controllo degli attori economici interni, come i prezzi del gas o di altre materie prime. L’effetto dei tassi, però, può incidere molto sulla spirale salari-prezzi. Come l’esperienza dell’inflazione degli anni Settanta ha insegnato, intervenire in ritardo su questo fronte richiede un doloroso aggiustamento che può sfociare in una recessione. A quel punto, sia le imprese sia i lavoratori ne subiscono le conseguenze.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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