Come mobilitare il risparmio privato verso investimenti produttivi? Oggi viene stimato che circa un terzo della ricchezza finanziaria degli italiani è immobilizzato in depositi o strumenti a bassissimo rendimento. Una scelta comprensibile in tempi di incertezza, ma che nel lungo periodo erode valore e toglie ossigeno all’economia reale, cioè a quella che produce e crea ricchezza. È quindi evidente la necessità di un nuovo paradigma per convogliare questo risparmio verso imprese produttive, progetti di sviluppo e innovazione e per rendere più attrattivi i private markets, vale a dire quegli investimenti in aziende e beni non quotati in borse pubbliche, e quindi illiquidi, e con impegno del capitale in ottica di medio-lungo termine, generalmente da 5 a 10 anni. La gamma di investimenti in questo ambito è molto ampia e va dal private equity (capitale di rischio per aziende private, spesso PMI) al venture capital (capitale per start-up innovative e imprese in rapida crescita), dal private debt (finanziamenti diretti a imprese private, alternativi al credito bancario) ai real asset (immobiliare privato, infrastrutture, energie rinnovabili) per finire con l’impact investing (investimenti con ritorno finanziario e impatto sociale/ambientale). Ma qual è lo stato dell’arte oggi? Insieme alle iniziative private scende in campo anche la Commissione Europea.
Le sfide dei private market
Questo percorso di attivazione del risparmio dormiente e di incanalamento verso investimenti produttivi non è privo di sfide. Competenze elevate, approfondite due diligence e chiara comprensione dei rischi degli investimenti su cui si intende puntare sono i requisiti irrinunciabili per accedere ai private markets. Educazione finanziaria degli investitori e regolamentazione trasparente, ma sufficientemente snella per non ostacolare l’operatività in questo settore, sono dei prerequisiti altrettanto indispensabili. Senza questi elementi il rischio è che il capitale resti concentrato su pochi grandi player, trascurando una parte ampia e spesso debole del sistema produttivo nazionale. A facilitare, poi, l’accesso degli investitori non professionali hanno contribuito strumenti come ELTIF – fondi europei dedicati agli investimenti di lungo periodo – e i PIR Alternativi in Italia, fondi specializzati con elevati standard di trasparenza e costi controllati. Non si tratta di un percorso semplice, ma può portare a benefici superiori alle complessità: l’uso più efficiente di un patrimonio finanziario familiare, infatti, può tradursi in una cascata di effetti positivi come maggiore crescita delle imprese e dei posti di lavoro e più innovazione e sviluppo sostenibile. Per un Paese come il nostro, in cui il risparmio privato non manca mentre la produttività cresce lentamente, la capacità di indirizzare questo risparmio verso investimenti a lungo termine diventa una vera e propria necessità strategica. Ma qual è la dimensione reale del mondo private?
Luci e ombre di private equity e venture capital
Investimenti in crescita del 17% a 5,2 miliardi e raccolta complessiva (cioè sia sul mercato che captive) in calo del 40% a 1,7 miliardi di euro in Italia nel primo semestre 2025. È quanto ha evidenziato l’analisi condotta da AIFI, l’Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt, e PwC Italia a proposito del mercato italiano del private equity e venture capital. Il calo della raccolta è un dato che desta preoccupazione visto che senza raccolta manca il supporto all’economia reale.
Le fonti principali della raccolta sul mercato sono state, secondo quest’indagine: settore pubblico e fondi di fondi istituzionali, 26%, investitori individuali e family office, 20%, e fondi di fondi privati, 13%. Per quanto riguarda la provenienza geografica, l’85% dei capitali fa capo a investitori domestici. Per quanto riguarda la destinazione degli investimenti, poi, vi è la previsione di investire il 59% dei capitali raccolti complessivamente in operazioni di buyout e il 35% in early stage.
A beneficiare degli investimenti sono state in particolare imprese operanti nei settori energia e ambiente, beni e servizi industriali, ICT e settore manifatturiero e medicale.
Una nota positiva, infine, riguarda gli investimenti in infrastrutture il cui ammontare, secondo questa analisi, è cresciuto del 162% (1.702 milioni di euro, con alcune operazioni di dimensioni significative) a testimonianza della necessità di nuove infrastrutture nel nostro Paese che, neanche a dirlo, richiedono ingenti capitali. Per quanto riguarda, infine, la provenienza geografica degli investimenti nel primo semestre 2025 arriva da operatori internazionali mentre gli operatori domestici sono più focalizzati su operazioni di venture capital.
SIU, l’iniziativa della UE
Un ulteriore impulso a svegliare i risparmi dormienti e incanalarli verso l’economia reale viene dalla UE, con l’iniziativa comunicata dalla Commissione Europea a marzo di quest’anno e nota come Savings and Investments Union (SIU).
Le sfide che l’Europa deve affrontare – i cambiamenti climatici, i rapidi cambiamenti tecnologici e le nuove dinamiche geopolitiche – richiedono, infatti, investimenti importanti che, secondo la relazione Draghi dovrebbero ammontare a 750-800 miliardi di euro all’anno fino al 2030, e che risentono anche dell’aumento delle esigenze di difesa. Questo ulteriore fabbisogno di investimenti riguarda in gran parte piccole e medie imprese (PMI) e imprese innovative, che non possono contare esclusivamente sul credito bancario. Sviluppando mercati dei capitali integrati, che si affiancheranno a un sistema bancario integrato, l’Unione del risparmio e degli investimenti si propone di collegare efficacemente il risparmio, che in Europa non manca ed ammonta a circa 10.000 miliardi di euro di depositi bancari, al fabbisogno di investimenti, è la tesi sostenuta dalla Commissione europea.
In conclusione l’Unione del Risparmio e degli investimenti è un insieme di misure sia legislative sia di natura non legislativa, non solo della Ue ma anche elaborate dagli stessi Stati membri. Perché questa iniziativa abbia successo occorreranno sforzi di collaborazione da parte di tutti i portatori di interessi, compresi gli Stati membri, il Parlamento europeo, il settore privato e la società civile. Appuntamento allora al secondo trimestre del 2027, quando la Commissione Europea farà il punto sui progressi nella realizzazione dell’Unione del risparmio e degli investimenti.