Lo spettro dell’inflazione torna ad aggirarsi per l’Eurozona. Ad agitarlo, a quattro anni dall’esperienza della guerra in Ucraina, è un altro choc energetico la cui durata rimane però ancora incerta. Ed è proprio dalla durata del conflitto e quindi dal possibile blocco del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz che dipendono gli impatti sull’inflazione, tali da giustificare eventuali contromosse delle banche centrali. Chi intende giocare d’anticipo, e in difesa, sul proprio portafoglio avrà comunque qualche carta da giocare – come vedremo più nel dettaglio.
Le mosse che hanno evitato l’erosione del potere d’acquisto nel 2022-2023 hanno mostrato come gli investitori che avevano già in portafoglio bond indicizzati all’inflazione e oro siano riusciti a reggere meglio il colpo rispetto a chi deteneva un classico portafoglio bilanciato composto da azioni e bond. Ma prima di mettere nel carrello della spesa le coperture inflattive è bene fare il punto aggiornato su quanto possano assomigliarsi la crisi del 2022 e quella attuale.
Iran: come sta evolvendo la previsione sulla durata del conflitto
Gli attacchi di Stati Uniti e Israele all’Iran hanno inizialmente inseguito l’obiettivo di un cambio di regime, ma si sono scontrati con una reazione di larga scala che indica la piena volontà di Teheran di opporre una lunga resistenza. Difficilmente operazioni aeree potrebbero portare alla “resa incondizionata” inizialmente indicata da Donald Trump come condizione per concludere gli attacchi. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha ridefinito gli obiettivi dell’operazione: “Abbiamo distrutto tutte le navi posamine, la marina, l’aeronautica e i sistemi di difesa aerea dell’Iran”, ha dichiarato, anticipando una conclusione del conflitto “molto presto”.
Il costo del petrolio, tornato su livelli paragonabili a quelli osservati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, si è già trasmesso alle aspettative dei mercati. Lunedì scorso gli operatori sono arrivati a prezzare due rialzi dei tassi della Bce entro fine anno. Dopo il picco di 118 dollari al barile, tuttavia il Brent è tornato in area 90 dollari: ma rimane un aumento del 50% rispetto ai livelli di inizio anno.
La Bce alzerà i tassi?
Secondo gli analisti di BNP Paribas la prossima riunione della Bce lascerà ancora fermi i tassi, ma la probabilità che l’Eurotower debba intervenire nel corso del 2026 con nuovi rialzi è ormai ritenuta lo scenario più probabile dal mercato. L’Euribor a tre mesi ha già iniziato a reagire portandosi al 2,138%, il livello più alto da metà maggio 2025.
Tuttavia, scrivono gli analisti, “la situazione macroeconomica è molto diversa rispetto al 2022 e dovrebbe quindi essere meno favorevole alla generazione di effetti inflazionistici di secondo livello” – come aumenti salariali che innescano spirali di rincaro su beni e servizi.
“Nel 2022, dopo il forte rimbalzo della domanda legato alla riapertura post-pandemica, l’inflazione era già ben al di sopra dell’obiettivo e in accelerazione: lo shock energetico agì quindi come un ulteriore fattore di accelerazione. Oggi, invece, l’inflazione è sostanzialmente stabile attorno al target (o persino leggermente al di sotto)”, proseguono gli analisti. “Nel 2022 i tassi ufficiali erano in territorio negativo, quindi in una posizione chiaramente accomodante; oggi la politica monetaria è più vicina alla neutralità, mentre le condizioni del credito si sono generalmente irrigidite negli ultimi mesi”.
In altre parole, l’inflazione potrebbe tornare a salire se l’aumento dei costi energetici dovesse rivelarsi persistente. Tuttavia la durata del conflitto potrebbe risultare inferiore rispetto a quanto avvenuto in Ucraina, mentre la vulnerabilità dell’economia europea a uno shock inflattivo sembra oggi più contenuta.
Gli asset anti-inflazione
“Il ritorno del tema inflazione non implica necessariamente un cambiamento radicale nelle strategie di investimento. Piuttosto, richiede un rafforzamento della qualità dell’asset allocation e una maggiore attenzione alla gestione dei rischi macroeconomici”, affermano gli esperti di Banca Finint.
“Le fiammate inflazionistiche spesso maturano quando tensioni geopolitiche si innestano su economie già fragili. La crisi petrolifera del 1973 lo dimostrò chiaramente: il prezzo dell’energia divenne il detonatore di una lunga fase inflazionistica. Oggi il contesto è diverso, ma una lezione resta valida: l’energia resta uno snodo centrale dell’equilibrio economico globale”, si legge in una nota elaborata per We Wealth.
Una prima linea di difesa riguarda la gestione della liquidità. Il nuovo regime dei tassi ha restituito centralità agli strumenti monetari e di breve termine. “Il contesto attuale consente di mantenere liquidità efficiente senza rinunciare completamente alla remunerazione del capitale”, spiegano gli analisti, indicando come fondi monetari e strumenti a breve scadenza possano aiutare gli investitori a preservare flessibilità operativa nelle fasi di transizione dei mercati.
Un secondo pilastro riguarda la componente obbligazionaria. In presenza di possibili sorprese inflazionistiche, l’esposizione a strumenti a tasso variabile – come i CCTeu – o indicizzati all’inflazione – come BTP Italia e BTP€i – può ridurre la vulnerabilità dei portafogli ai movimenti dei rendimenti reali. “In scenari di inflazione più persistente, questi strumenti possono contribuire a mantenere l’equilibrio tra difesa del capitale e rendimento”, sottolineano da Finint.
Accanto alla liquidità e ai bond adattivi, una quota selettiva di materie prime può svolgere un ruolo di diversificazione. In particolare l’oro continua a essere considerato una forma di assicurazione implicita contro shock macroeconomici e “mantiene una funzione di copertura nelle fasi di tensione geopolitica o di instabilità finanziaria”, spiegano gli esperti.
La combinazione di queste componenti — liquidità efficiente, strumenti obbligazionari più adattivi e una moderata esposizione a real assets — consente quindi di rafforzare la resilienza complessiva dei portafogli.

