Private equity: cos’è, come funziona e perché attrae investitori

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Immagine ravvicinata di ingranaggi metallici interconnessi, con due ingranaggi dorati ben visibili con le scritte "PRIVATE" e "EQUITY", a simboleggiare la natura interconnessa del private equity in un contesto finanziario o aziendale.

Il private equity resta un settore affascinante ma poco conosciuto. Ecco come funziona, le strategie principali, i vantaggi e i limiti per gli investitori

Indice

Due parole semplici, ma dense di significato: private equity. In Italia, per molti risparmiatori, questo termine conserva un’aura di mistero, associata a operazioni milionarie e riservate che sembrano lontane anni luce dal proprio portafoglio. Eppure, dietro queste operazioni si cela uno dei motori più potenti dell’economia reale, capace di trasformare aziende e generare valore su scala globale.

Cosa fa il private equity

Il private equity consiste nell’acquisizione, spesso con quote di maggioranza, di aziende non quotate. L’obiettivo? Aumentarne il valore per poi rivenderle, in genere entro 5-10 anni, attraverso una cosiddetta exit strategy. Ma il ruolo del private equity non è quello di sostituirsi all’imprenditore: piuttosto, lo affianca per far crescere l’impresa, migliorandone struttura, redditività e posizionamento.

Il lavoro dei gestori prevede interventi mirati: ristrutturazioni, espansioni, digitalizzazioni, taglio degli sprechi e miglioramento della governance, spesso con il supporto dei migliori studi professionali. Il risultato è una crescita di valore che può fare la differenza. Ma questa stessa attività fa spesso tremare i polsi a manager e amministratori: il private equity mira infatti all’efficienza, anche se questo comporta cambi radicali.

L’altra faccia della medaglia: rischi e criticità

Non tutto però è rose e fiori: se da un lato i gestori possono creare valore, dall’altro non mancano le critiche. L’uso della leva finanziaria, le vendite a prezzi gonfiati e alcune exit controverse sollevano infatti interrogativi negli investitori. Tuttavia, soprattutto negli ultimi anni la qualità dei team e la varietà dell’offerta sono migliorate sensibilmente.

Inoltre, nonostante un contesto più competitivo e una stretta dei tassi, il settore ha chiuso il 2024 in positivo, con 565miliardi di dollari in operazioni, in crescita del 25% rispetto all’anno precedente. Un segnale chiaro di un mercato ancora in grande fermento.

I punti di forza rispetto ai mercati pubblici

Il private equity offre un vantaggio chiave: l’accesso esclusivo a operazioni riservate, lontane dalla speculazione dei mercati quotati. Gli investitori possono così entrare in aziende prima che si quotino, partecipando alla fase di massimo potenziale. Inoltre, l’assenza di pressioni da parte degli investitori retail permette una gestione più strategica e di lungo termine, migliorando la stabilità del portafoglio.

Insomma, in tempi di alta volatilità, il private equity contribuisce a ridurre la correlazione con i mercati azionari e obbligazionari tradizionali, offrendo un’utile forma di diversificazione.

Un mercato da mille sfaccettature

Non esiste un solo tipo di private equity. Le strategie che si trovano sotto questo cappello sono molte e si distinguono per rischio e rendimento:

  • Venture capital: investe in startup e aziende innovative nelle fasi iniziali.
  • Distressed equity: punta su aziende in crisi da ristrutturare.
  • Buyout: acquisizioni di aziende mature da rilanciare.
  • Growth equity: capitali per aziende in espansione.

A queste si affiancano anche interventi fiscali, cambi ai vertici aziendali e sinergie industriali che permettono di generare economie di scala. In un contesto inflazionato, molte di queste aziende riescono anche a traslare i rincari sui prezzi finali, offrendo così una protezione indiretta dall’inflazione.

Opportunità, ma anche barriere all’ingresso

Accedere al private equity, però, non è semplice. Richiede un capitale iniziale significativo, un orizzonte temporale lungo e l’accettazione di una liquidabilità ridotta. Inoltre, le commissioni sono elevate rispetto ai fondi tradizionali. E sebbene i rendimenti storici siano superiori a quelli dei fondi liquidi, anche i rischi — soprattutto in fase early stage — sono maggiori.

Nonostante ciò, alcune normative recenti come i PIR alternativi o gli ELTIF stanno iniziando ad aprire parzialmente le porte anche agli investitori non professionali.

In conclusione, il private equity rappresenta una componente sempre più importante nei portafogli sofisticati. Dietro ogni operazione c’è un lavoro complesso, una visione di lungo termine e una strategia per creare valore. Per chi vuole comprendere davvero dove si muove l’economia reale, è un mondo da osservare con attenzione.

di Alex Ricchebuono

Alex Ricchebuono: laureato in economia presso l’Università degli Studi di Torino, ha oltre 25 anni di esperienza nel settore dell’Asset Management e nell’insegnamento, avendo ricoperto ruoli di responsabilità per lo sviluppo commerciale a livello europeo in società di primaria importanza tra le quali: Credit Suisse, Janus Capital, American Express e Bnp Paribas. Tra i soci fondatori dell’Associazione
Italiana del Private Banking e membro del primo Consiglio di amministrazione. Vive e lavora a Milano, per Selinca una delle principali piattaforme di distribuzione di alcuni dei più importanti gestori Ucits e di Private Markets al mondo. Ha scritto libri e articoli sulla storia della finanza ed è un grande appassionato di storia economica ed evoluzione della Moneta. Ha inoltre realizzato una serie di video pillole per Il Sole 24 Ore dal titolo “I soldi Raccontano”. Ha infine condotto per la Radio Televisione Italiana il documentario in 4 puntate Money Art andato in onda su RAI 5, nel quale ha raccontato gli intrecci tra il mondo della finanza e quello dell’Arte. E’ Professore a Contratto presso l’Università del Piemonte Orientale (UPO) dove insegna Storia ed Evoluzione della Moneta.

www.ricchebuono.com

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