Scope, il private credit potrebbe scottare anche le banche europee

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Skyline finanziario di Milano al tramonto con Porta Nuova e Torre UniCredit illuminate.

Le esposizioni delle banche europee restano opache e potrebbero essere sottostimate secondo l’agenzia di rating. Il rischio non è tanto una crisi immediata, quanto una correzione differita difficile da prevedere per via di grossi limiti alla trasparenza

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Le perdite che potrebbero emergere in futuro nel private credit rischiano di deteriorare anche i bilanci delle banche europee. Il punto è che, allo stato attuale, è difficile quantificarne davvero l’esposizione, e potrebbe essere più consistente di quanto suggeriscano i pochi numeri disponibili. È quanto emerge da un recente rapporto dell’agenzia di rating Scope, che prende molto sul serio i guai di questo sistema di finanziamenti alternativi.

“I legami tra banche e private credit sono significativi”, si legge nel report. “Le esposizioni derivano da molteplici canali: linee per capital call, finanziamenti basati sul NAV, linee warehouse, sindacazioni, repo e derivati di copertura. Questi canali creano dipendenze dirette e indirette dalle performance dei fondi e dal valore delle garanzie, con potenziali effetti sui bilanci bancari”.

Il private credit vale oggi circa 2.000 miliardi di dollari a livello globale, di cui 400 in Europa. Ma questa cifra dice poco su quanto possa fare male una sua crisi alle banche europee, perché “l’opacità e l’assenza di standard informativi rendono difficile valutare l’esposizione complessiva”.

Per ora, si sa molto poco. Deutsche Bank ha riportato circa 26 miliardi di euro di esposizione a fine 2025 (1,8% degli attivi totali), con un portafoglio per il 90% investment grade e supportato da covenant loan-to-value. Barclays è esposta per circa 20 miliardi di sterline (1,3% degli attivi), con un profilo di rischio dichiarato basso, posizioni prevalentemente senior secured e loan-to-value medio sotto il 60%. “Sulla base delle informazioni disponibili, non rileviamo esposizioni tali da giustificare azioni negative sui rating”, osserva Scope, “ma la mancanza di dati granulari suggerisce che i rischi potrebbero essere sottostimati”, in attesa di una maggiore trasparenza con i risultati del primo trimestre 2026.

Deflussi, qualità del credito e i primi segnali di stress

Finora, a far scattare qualche campanello d’allarme sono stati i volumi di rimborso dai fondi semi-liquidi: gli investitori in fuga hanno chiesto indietro 19,5 miliardi di dollari nel primo trimestre dai fondi di direct lending, ma solo il 53% è stato effettivamente liquidato. Un deflusso che lascia una chiara puzza di bruciato: molti prestiti sono finiti a società software il cui modello di business potrebbe non reggere più dopo la rivoluzione dell’AI.

“Sebbene i tassi di default ufficiali restino gestibili, i dati statunitensi indicano una crescente dipendenza da operazioni di gestione delle passività e dall’accumulo di interessi pay-in-kind (PIK), che rinviano il riconoscimento formale delle perdite”, ha spiegato Rolando Rodrigues di Scope. “Anche gli indicatori di copertura degli interessi si sono indeboliti sensibilmente dopo l’aumento dei tassi post-pandemia”.

Ci sono quindi elementi concreti per pensare che i fallimenti di First Brands e Tricolor nel 2025 non siano semplici “scarafaggi” isolati. Il deterioramento delle condizioni creditizie sta portando alla luce debolezze strutturali accumulate durante anni di crescita rapida e supervisione limitata, con un deterioramento più ampio della qualità del credito che va oltre i casi già emersi.

A complicare il quadro è stata anche la spinta commerciale a portare il private credit fuori dal perimetro istituzionale, inserendolo nei portafogli dei clienti facoltosi. Una dinamica che in Italia si è fatta sentire negli ultimi due anni e che ha introdotto un problema evidente: gestire la liquidità di asset per natura illiquidi. Quando arrivano le richieste di rimborso, i gestori sono costretti a limitare le uscite, facendo scattare quei meccanismi contrattuali che sospendono o riducono i riscatti. Sono scritti nero su bianco, ma spesso sottovalutati da chi inseguiva rendimento.

I paragoni con il 2008 possono essere eccessivi sul piano dell’impatto sistemico, ma alcune somiglianze restano difficili da ignorare: credito opaco, rischi poco visibili, distribuzione spinta anche verso investitori meno attrezzati. Il punto centrale è che nei portafogli di private credit ci sono aziende che potrebbero andare molto peggio del previsto. E questo rende il valore dei fondi vulnerabile a svalutazioni future.

Finora, i crediti ceduti per soddisfare i rimborsi non hanno mostrato perdite evidenti, restando sostanzialmente al valore facciale. Ma non è detto che regga. Il vero nodo è che le valutazioni si muovono lentamente, e quando lo fanno possono farlo tutte insieme.

“Le carenze di trasparenza rappresentano l’aspetto più critico dal punto di vista sistemico”, osserva Scope. “L’uso diffuso di valutazioni basate su perizie, che si adeguano con ritardo e sono difficili da verificare, distorce i livelli di leva, ostacola una gestione tempestiva dei rischi e può ritardare interventi regolatori”.

E potrebbe ritardare anche un’altra cosa: la resa dei conti sui NAV. La sensazione, sempre più diffusa tra gli operatori, è quella di una limatura a scoppio ritardato: oggi i valori tengono, ma incorporano solo in parte il deterioramento. Quando lo faranno, potrebbero farlo in blocco.

Per evitare ulteriori deflussi, i gestori hanno tutto l’incentivo a guadagnare tempo. Ma se i default dovessero salire in un contesto di liquidità più stretta, “i ritardi nelle valutazioni potrebbero rinviare e amplificare il riconoscimento delle perdite”, avverte Scope, “rendendo il ciclo creditizio più severo e meno prevedibile di quanto suggeriscano gli indicatori attuali”.

Nei default, come recita l’adagio, le cose cambiano lentamente. Poi tutto in una volta.

Domande frequenti su Scope, il private credit potrebbe scottare anche le banche europee

Qual è il principale rischio che il private credit potrebbe comportare per le banche europee secondo il rapporto di Scope?

Il principale rischio è che le perdite future nel private credit possano deteriorare i bilanci delle banche europee. L'esposizione attuale è difficile da quantificare e potrebbe essere maggiore di quanto suggeriscano i dati disponibili.

Cosa indica il rapporto di Scope riguardo alla quantificazione dell'esposizione delle banche al private credit?

Il rapporto evidenzia che allo stato attuale è difficile quantificare con precisione l'esposizione delle banche al private credit. L'ammontare effettivo potrebbe essere più consistente di quanto suggeriscano i pochi numeri attualmente disponibili.

Quali sono i segnali di stress menzionati nel contesto del private credit e delle banche europee?

I segnali di stress includono deflussi, una potenziale deteriorazione della qualità del credito e ritardi nella valutazione del Net Asset Value (NAV). Questi fattori potrebbero portare a una correzione improvvisa e generalizzata del mercato.

Qual è la preoccupazione principale riguardo al NAV nel settore del private credit?

La preoccupazione principale è che il NAV sia in ritardo, il che implica che le valutazioni attuali potrebbero non riflettere pienamente le potenziali perdite. Questo ritardo aumenta il rischio di una correzione improvvisa e significativa.

Quale agenzia di rating ha pubblicato il rapporto che solleva preoccupazioni sul private credit e le banche europee?

L'agenzia di rating Scope ha pubblicato il rapporto che analizza i potenziali rischi del private credit per le banche europee. L'agenzia prende molto sul serio i problemi emergenti in questo sistema di finanziamenti alternativi.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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