Potere ai dati: ecco come generare il 22% di profitti in più

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Secondo un’analisi del Capgemini research institute, le imprese in grado di creare, elaborare e utilizzare i dati in modo proattivo generano il 70% di entrate in più per dipendente e il 22% di profitti in più. Cosa devono fare oggi i leader aziendali, dunque, per acquisire quote di mercato?

Solo il 24% delle organizzazioni che non fanno affidamento sui dati è stato in grado di monetizzarli, rispetto all’83% della controparte

Il 54% dei leader del settore bancario dichiara che l’utilizzo attivo dei dati abbia garantito loro un vantaggio competitivo duraturo, contro il 32% dei leader del settore retail

Massimo Ippoliti: “È necessario un cambiamento di mentalità, nell’abbracciare una cultura agile di sperimentazione e di realizzazione”

Il 50% delle imprese oggi pone al centro dei propri processi decisionali i dati, in particolare negli Stati Uniti (77%), in Germania (69%) e nel Regno Unito (69%). Eppure, solo una su sei può essere definita “data master” (o “data powered”), organizzazioni in grado di creare, elaborare e utilizzare le informazioni in modo proattivo per raggiungere i propri obiettivi in ambito corporate e business e assumere il ruolo di “driver” dell’innovazione. Ma quali sono le opportunità cui possono accedere e cosa devono fare oggi i leader aziendali per acquisire quote di mercato?
Secondo l’analisi The data-powered enterprise: Why organizations must strengthen their data mastery del Capgemini research institute, saper padroneggiare i dati è fondamentale per ottenere un vantaggio competitivo. A coglierne il fil rouge sono soprattutto i settori bancario e assicurativo, per il 65 e il 55%, ma nella maggioranza dei casi le aziende continuano a utilizzare i dati storici, perdendo così terreno sul fronte della competitività. Per i ricercatori, infatti, i “data master” ottengono un vantaggio compreso tra il 30 e il 90% per le metriche che misurano aspetti come il customer engagement, l’efficienza operativa e i risparmi in termini di costi. Inoltre, la crescita delle vendite di nuovi prodotti e servizi è pari al 19%, contro il 12% dei competitor.
Il problema, spiegano, è che solo il 20% dei dirigenti dell’area business si fidano dei dati, contro il 62% dei dirigenti dell’area tecnica, e questa mancanza di fiducia si trasmette sulle possibilità di monetizzazione (solo il 24% delle organizzazioni che non fanno affidamento sui dati è stato in grado di monetizzarli contro l’83% della controparte). A incidere anche la scarsa qualità dei dati, che renderebbe insoddisfatto il 27% dei dirigenti dell’area business e che inciderebbe su una forbice compresa tra il 15 e il 25% dei ricavi. Di conseguenza, meno del 40% delle imprese è in grado di sfruttarne il potenziale, anche se il 54% dei leader del settore bancario dichiara che un utilizzo attivo abbia garantito loro un vantaggio competitivo duraturo, contro il 32% dei leader del settore retail. Nel complesso, spiegano i ricercatori, le imprese “data-powered” scavalcano i propri competitor su diversi indicatori finanziari, ottenendo il 70% delle entrate in più per dipendente e il 22% dei profitti in più.
“I leader aziendali devono esaminare con sempre maggiore attenzione la propria strategia sui dati e il proprio percorso di innovazione”, commenta Massimo Ippoliti, chief technology & innovation officer di Capgemini in Italia. “La cultura manageriale orientata ai dati deve ancor più velocemente diffondersi, a tutti i livelli manageriali, per poter guidare le organizzazioni in questa fase di trasformazione”. Secondo Ippoliti, la posta in gioco per le aziende è elevata e “va dalle operations alle vendite, dai ricavi alla redditività”. Quelle che riusciranno a monetizzare i dati, conclude, “saranno in grado di acquisire quote di mercato, mentre le altre saranno costrette a inseguire. È necessario un cambiamento di mentalità per i leader, nell’abbracciare una cultura agile di sperimentazione e di realizzazione, se vogliono ottenere risultati concreti”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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