Il prezzo del petrolio è tornato in area 100 dollari al barile, dopo che le chance di un conflitto di breve durata in Iran sembrano non convincere più gli investitori. L’Iran continua a interdire il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz e un ritiro delle operazioni militari senza aver ottenuto il cambio di regime – annunciato come obiettivo nei primi giorni del conflitto – rischia di incentivare la leadership superstite a sviluppare l’arma nucleare. Considerazioni che in queste ore stanno spingendo gli analisti politici a ritenere sempre più probabile un prolungamento del conflitto.
“Se il regime dovesse resistere — anche nella forma di un regime ridotto — cosa impedirebbe ai suoi missili e droni di minacciare le petroliere che transitano nello Stretto di Hormuz, così come le infrastrutture energetiche degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, nel momento che ritenesse opportuno?”, ha dichiarato al Wsj Andrew Tabler, già funzionario della Casa Bianca durante la prima amministrazione Donald Trump e oggi senior fellow presso il Washington Institute for Near East Policy.
Intanto, gli analisti di Goldman Sachs hanno rivisto al rialzo le tempistiche previste per il blocco dello Stretto di Hormuz, portando da 10 a 21 giorni la durata stimata dell’interruzione dei flussi energetici.
Anche senza ulteriori revisioni dello scenario, già oggi “la guerra in Medio Oriente sta provocando la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale”, ha scritto l’Agenzia internazionale dell’energia nel suo ultimo rapporto mensile, avvertendo che “in assenza di una rapida ripresa del traffico marittimo, le perdite di offerta sono destinate ad aumentare”.
Lunedì scorso il presidente Usa Donald Trump aveva affermato ad Axios che la guerra sarebbe finita “molto presto”, dichiarazioni che avevano inizialmente allentato le tensioni sui mercati energetici, assieme all’annuncio del rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche da parte dell’Agenzia internazionale dell’energia. Per la Casa Bianca alimentare l’idea di una guerra breve può limitare nel breve termine una forte reazione dei mercati – oltre che contenere il malcontento elettorale in vista delle midterm – ma gli analisti non sembrano convinti che lasciare in piedi una Repubblica islamica gravemente indebolita sia una mossa saggia.
Secondo Eric Brewer, esperto della Nuclear Threat Initiative che in passato ha ricoperto ruoli di alto livello su dossier nucleari alla Casa Bianca e nella comunità di intelligence statunitense, “la cattiva notizia è che si rischia di lasciare l’Iran potenzialmente in una posizione in cui può produrre armi nucleari, e allo stesso tempo con ancora più motivazioni per farlo”, ha dichiarato al Wsj.
In passato Trump ha abituato gli investitori a ripensamenti repentini – come nel caso dei dazi reciproci, spesso rivisti e ammorbiditi in base alle reazioni dei mercati. Nelle operazioni militari, però, tornare alla condizione precedente con un tratto di penna non è altrettanto semplice.
Giovedì è stato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian a indicare le condizioni per una possibile fine del conflitto. In un post sul social network X, il presidente ha comunicato che, a seguito di dialoghi con Russia e Pakistan, “l’unico modo per porre fine a questa guerra – innescata dal regime sionista e dagli Stati Uniti – è il riconoscimento dei diritti legittimi dell’Iran, il pagamento di riparazioni e solide garanzie internazionali contro future aggressioni”.
Cosa aspettarsi per mercati e inflazione
Cosa dovrebbero aspettarsi gli investitori se i prezzi energetici dovessero mantenersi su questi livelli per un periodo prolungato?
In uno scenario “severo” delineato da Capital Economics, che ipotizza un conflitto di tre mesi con danni duraturi alle infrastrutture produttive, l’impatto potrebbe estendersi fino al 2027 sui prezzi dell’energia. Le esportazioni di petrolio potrebbero ridursi dell’8-9%, con il greggio che potrebbe arrivare fino a 150 dollari al barile, mentre in Europa il gas potrebbe salire a 120 euro per megawattora. Per il gas si tratterebbe comunque di un picco nettamente inferiore rispetto ai circa 240 euro toccati nel 2022, mentre per il petrolio l’impatto potrebbe rivelarsi più grave dello shock seguito all’invasione russa dell’Ucraina.
Per l’Italia, secondo un altro report di Oxford Economics, le previsioni per l’inflazione sono già state riviste al rialzo di 0,5 punti percentuali per il 2026, portandole al 2,2%. Tuttavia, lo scenario ipotizzato dagli economisti non incorpora ancora un’eventuale escalation del conflitto che possa produrre effetti più severi sui prezzi dell’energia.
Conflitto duro: materie prime e settori per i portafogli
Sul fronte dei portafogli, uno shock energetico prolungato tende a produrre effetti molto differenziati tra le asset class. Secondo gli analisti di Allianz Global Investors, l’elemento decisivo sarà soprattutto la durata dell’interruzione dei flussi energetici. “Se la carenza di offerta dovesse protrarsi, l’inflazione headline potrebbe restare elevata più a lungo e questo potrebbe ritardare l’allentamento delle politiche monetarie da parte delle banche centrali”, osservano i gestori.
In questo contesto alcune asset class potrebbero beneficiare del nuovo scenario. “Riteniamo che le materie prime restino un’esposizione interessante, in particolare energia, oro e metalli industriali come il rame”, scrivono gli analisti, sottolineando come i mercati delle commodity tendano a reagire rapidamente agli shock geopolitici sull’offerta. Anche sul fronte azionario l’impatto non sarebbe uniforme: “I settori energia, infrastrutture e difesa potrebbero beneficiare di prezzi più elevati delle commodity e di un contesto geopolitico più teso, mentre i comparti più energivori rischiano di subire pressioni sui margini”.

