Ipo, a meno di un anno metà sotto il prezzo dell’offerta iniziale

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Nell’ultimo anno è aumentata di molto la quota di Ipo che si sono “sgonfiate”: da Deliveroo a Robinhood, ecco alcuni nomi

Secondo i dati Dealogic, su 43 Ipo da oltre un miliardo di dollari avvenute negli ultimi 12 mesi sono il 49% viaggia attualmente al di sotto del prezzo dell’offerta iniziale

La pressione per fare un “debutto col botto” avrebbe gonfiato i prezzi, ma c’è chi attribuisce la debolezza di queste nuove società quotate alla rotazione verso i titoli value

Anche se i mercati hanno centrato nuovi record nel corso degli ultimi 12 mesi, la metà delle grandi società sbarcate in Borsa in questo lasso di tempo sono scambiate, oggi, a un prezzo inferiore rispetto a quello dell’offerta iniziale. E’ quanto si apprende dai dati Dealogic, che hanno confrontato l’andamento di 43 Ipo da oltre un miliardo di dollari nei mercati finanziari di Stati Uniti, India, Hong Kong e Regno Unito.

Nel gruppo delle grandi società che si sono quotate nell’ultimo anno navigano in territorio inferiore al prezzo dell’Ipo anche grandi nomi come la società di consegne Deliveroo, la app di trading Robinhood, la “Uber cinese” Didi, il colosso dei pagamenti indiano Paytm e la società specializzata in prodotti basati sull’avena Oatly. Secondo i dati Dealogic, citati dal Financial Times, nei due anni precedenti la percentuale di Ipo che a 12 mesi dalla quotazione sono scese sotto il prezzo dell’offerta iniziale era molto più contenuta: 33% nel 2019 e 27% nel 2020 – contro il 49% del 2021.

Per alcune di queste società il buongiorno, per così dire, si era già visto dal mattino. Paytm, la più grossa Ipo mai vista sul mercato indiano, è arrivata a perdere il 40% nelle prime due giornate di trading a metà novembre. Deliveroo ha debuttato lo scorso marzo con un calo del 26% e solo per un breve momento a metà agosto è riuscita a superare il prezzo dell’Ipo (3,9 sterline). Nel caso di Didi, il titolo quotato a New York è in calo del 40% rispetto all’offerta iniziale; in questo caso pesa più che altro la stretta del governo cinese che ha osteggiato l’operazione e che ora, pare, spinge per un delisting a soli quattro mesi dall’Ipo.

Per alcune Ipo dell’ultimo anno, i prezzi dell’offerta iniziale sarebbero stati fissati troppo in alto. Ma alcuni attribuiscono al quadro negativo generale anche altre cause. Ad aver remato contro molte delle nuove società quotate, infatti, sarebbe stata anche la rotazione di portafoglio in previsione delle prossime strette monetarie; è uno scenario che di solito favorisce i titoli con un rapporto prezzi/utili più contenuto, i titoli “value”.

“Quest’anno c’è stato chiaramente un certo numero di Ipo di alto profilo che hanno sottoperformato”, ha dichiarato al Ft James Fleming, co-responsabile di Citigroup per i mercati azionari globali, “mentre i politici diventano più falchi e una ripresa dei tassi diventa più visibile, abbiamo visto una riduzione del rischio nelle società ad alta crescita e una rotazione delle preferenze dal Growth al Value. Questo ha penalizzato molti titoli, non solo le Ipo”.

Goldman Sachs è in prima fila fra le banche d’affari che hanno guidato le operazioni di quotazione “andate male” nell’ultimo anno. Secondo i dati Dealogic, su 13 Ipo, sono 9 quelle che attualmente viaggiano al di sotto del prezzo dell’offerta iniziale. Anche Morgan Stanley è stata protagonista di 14 Ipo da oltre un miliardo di dollari e, attualmente, fra queste società sono 6 quelle il cui titolo è prezzato sotto l’offerta iniziale. “Chiaramente ci sono valori anomali in senso negativo” ha dichiarato il co-responsabile di Goldman Sachs per i mercati Emea, Richard Cormack, “ma non sono d’accordo con l’accusa di chi sostiene che ci sia stata un’errata attribuzione dei prezzi su ampia scala”.

Da inizio anno le Ipo hanno raccolto 330 miliardi di dollari su scala globale, ha calcolato EY.

 

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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