Israele nazione delle scale-up dopo gli accordi di Abramo

Teresa Scarale
Teresa Scarale
24.4.2021
Tempo di lettura: 3'
La Silicon Valley del XXI secolo potrebbe essere il Medioriente. Fra (ex?) tabù politici e nuove frontiere economico-scientifiche, gli storici accordi di Abramo hanno posto basi insperate per un reale sviluppo di relazioni pacifiche nella regione. Nel nome del successo d'impresa: Israele, patria delle startup, è sempre più terra di scale-up
La matrice culturale è arcaica e condivisa. Gli Accordi di Abramo, sotto il comune mantello del patriarca, prevedono la piena normalizzazione dei rapporti fra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Usa. Un passo diplomatico dal sapore epocale, eppure non chiassoso, compiuto in quel mese di raccordo fra le due ondate pandemiche che è stato settembre 2020. Il presidente Usa era ancora Donald Trump, ma Joe Biden non lascerà deperire tanto sforzo diplomatico.
Un'alleanza strategica che ha il potere di essere «un punto di svolta», come evidenzia l'ambasciatore Raphael Singer. La sua firma ha innescato «una delle dinamiche più positive degli ultimi anni per il Medio Oriente», aggiunge l'ambasciatore Giulio Terzi di Sant'Agata. L'occasione è quella dell'incontro "R&R Talk Israele: startup nation all'indomani degli accordi di Abramo", organizzato dallo Studio Vento & Associati e moderato da Paolo Eliezer Foà. Al di là dell'indubbia (e sorprendente: quanti ci avrebbero scommesso, alla vigilia?) valenza politica della loro firma, c'è in questi accordi un grande disegno di progresso scientifico, culturale e tecnologico.
In Israele – riconosciuta startup nation per eccellenza – i giovani creano nuove imprese innovative a decine, ogni giorno. «Non solo nel 'classico' campo dell'intelligenza artificiale, ma anche in quello dell'agritech, del greentech, dell'acqua, della lotta alla desertificazione», rammenta Paolo Foà. Settori ultra appetibili per tutte le pmi innovative italiane attive non solo nel trend della sostenibilità ma anche in quello spaziale. Ma gli accordi interessano anche il campo del trasporto marittimo, e «non solo l'area del Mediterraneo Orientale. Pure i collegamenti fra Marocco e Italia, oltre che lo sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas», prosegue Giulio Terzi di Sant'Agata. Mare e gas, due interessi strategici per il Belpaese. Lo Stivale è la prima nazione del Mediterraneo per tonnellaggio dei porti e, in perenne deficit energetico, trarrebbe vantaggio da una Israele hub del gas.

Si tratta di un'occasione che cambia il paradigma, «utile per rapportarsi in modo nuovo rispetto alla questione mediorientale, il Medioriente può essere la Silicon Valley del XXI secolo», osserva il deputato Andrea Orsini. Il piccolo paese del Medioriente è il primo al mondo per rapporto fra aziende tech e abitanti (5000 per otto milioni di abitanti). 912 sono le startup israeliane attive nei 27 Paesi Ue e che impiegano 24.223 europei (dati Eit Hub Israel).
Ma è ora di aggiornare l'attributo di Israele in “Scale-up Nation”, commenta l'avvocato Bepi Pezzulli. «Ancora adesso Israele è uno stato di immigrati, con parità nelle opportunità di partenza e grande attenzione alla scienza e al progresso del capitale umano. Sarebbe il caso di sostituire il motto Land for Peace con Economic development for Peace». Anche perché, alla luce della sua attuale e grave instabilità politica interna, la stabilità economica di Israele è «motivo di vanto», rimarca l'avvocata Barbara Pontecorvo, sottolineando anche il successo del Paese nella lotta al Covid. «Questi accordi hanno sovvertito la propaganda panarabista. Con Israele si può fare la pace: gli arabi vi hanno investito 10 miliardi in settori strategici»
Marco Carnelos, già ambasciatore d'Italia in Iraq, auspica che gli accordi diventino «qualcosa di diverso rispetto a quelli fatti con Egitto e Giordania », ricordando le «condizioni dei Palestinesi, difficili da giustificare, proprio per quello che il popolo di Israele ha sofferto».

Questione che l'ambasciatore Sergio Vento riconosce essere un «totem identitario». Ma i paesi arabi nella regione mediorientale «hanno perso la leadership a favore di due paesi non arabi, come l'Iran e la Turchia». Realtà in cui le istanze politiche nascondono «rigurgiti neoimperialisti», conclude l'ambasciatore. Far finta che le questioni geopolitiche esulino dai rapporti che Israele intavola con i territori a sé più o meno prossimi sarebbe una forzatura. Gli accordi di Abramo stanno cambiando le prospettive.
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Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l'Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell'arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione

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