Imprese, si riparte davvero nella fase 2?

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Dopo il crollo della produzione industriale degli ultimi due mesi, le imprese italiane si preparano alla ripartenza. Ma la fase 2 rappresenterà davvero un nuovo inizio? Secondo Confindustria, un veloce recupero non è atteso. Intanto, il 19,1% degli operatori teme la chiusura entro la fine dell’anno

Indice

Quest’anno ogni famiglia registrerà una riduzione della spesa di circa 3mila euro

“Le famiglie continueranno a essere prudenti e a risparmiare anche a scopo precauzionale”, si legge in una nota di Confindustria

Il 12,5% delle imprese prevede che la ripresa dell’export dovrà attendere la fine dell’estate

Secondo i dati raccolti dal centro studi di Confindustria, negli ultimi due mesi le imprese italiane hanno conosciuto un calo della produzione industriale superiore al 50%, trainate da un lato dal blocco delle attività e dall’altro da una riduzione sia della domanda interna che della domanda estera. Un dato senza precedenti storici, e l’inizio della fase 2 potrebbe non offrire nell’immediato i risultati sperati.
Come calcolato da Confesercenti, solo nel settore del commercio e del turismo resteranno inattive oltre un milione di imprese. Ma anche per chi riparte, il secondo trimestre potrebbe rilevare un calo della produzione di due volte superiore rispetto a quello registrato nei primi tre mesi dell’anno. Secondo Confindustria, infatti, la fine del lockdown “non genererà un veloce recupero perché le famiglie continueranno a essere prudenti e a risparmiare anche a scopo precauzionale” e le imprese hanno accumulato negli ultimi mesi delle scorte che devono ancora essere smaltite “prima che il ciclo produttivo possa tornare a ritmi normali”.

A tal proposito, Confesercenti rileva che quest’anno ogni famiglia registrerà una riduzione della spesa di circa 3mila euro, raggiungendo i livelli toccati nel 1999. Una flessione che riguarderà in particolare alberghi, ristoranti e pubblici esercizi per circa 25 miliardi di euro di ricavi, ma anche il comparto della ricreazione e della cultura per 13 miliardi, e il settore dell’abbigliamento, calzature, mobili ed elettrodomestici per 11 miliardi.

Gli effetti sull’export

A incidere sulla mancata ripartenza è anche il business estero che, secondo Confindustria, ha risentito della “diversa tempistica con la quale sono state introdotte misure restrittive nei partner commerciali dell’Italia dove si è diffuso il virus”. Sebbene, secondo un’indagine di Promos Italia, il 17,3% delle imprese sostenga di essere già ripartito, il 12,5% prevede che la ripresa dell’export dovrà attendere la fine dell’estate. E i mercati più colpiti sono quelli europei per il 25,4%, gli Stati Uniti e il Nord America per il 6% e la Cina per l’1,8%.

Una cattiva notizia per le imprese italiane esportatrici nei paesi a stelle e strisce che, secondo le elaborazioni dell’osservatorio economico del Mise, si posizionano al terzo posto nella classifica dei principali destinatari dei prodotti italiani, con un valore dell’export tra i mesi di gennaio e settembre 2019 pari a 33.174 milioni di euro. Anche se, in ottica ripartenza, chi esporta potrebbe avere comunque una marcia in più.

Il 19,1% delle imprese teme la chiusura

Intanto, il tessuto imprenditoriale italiano continua a essere intriso di sfiducia. Secondo i dati di Promos Italia, il 10,1% delle imprese è convinto che dovrà ricorrere a dei tagli nella fase della ripartenza, mentre il 19,1% teme la chiusura entro la fine dell’anno qualora non arrivassero aiuti concreti. È attesa, dunque, per il nuovo decreto del governo Conte, affinché nel mese di maggio possa rispondere alle mancanze e alle criticità delle precedenti disposizioni.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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