I grandi fondi snobbano Piazza Affari. Cosa significa per chi investe

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La quota dei fondi italiani sull’indice Ftse Mib si ferma al 10%. Un dato che si confronta con il 25% della Francia e il 26% della Germania. Villa (Intermonte): “Evidenziata una correlazione positiva tra la maggiore presenza di istituzionali e la performance”

Istituzionali italiani decisamente più attivi sulle mid e small cap, complice anche la spinta dei Pir dal 2017 in avanti

Villa: “Correlazione positiva tra la maggiore presenza dei fondi e la performance, soprattutto di indici come quelli delle mid-small cap”

I fondi “snobbano” Piazza Affari, specie quelli italiani. È quanto emerge da un’indagine condotta da Intermonte in collaborazione con la School of management del Politecnico di Milano, che ha analizzato la presenza di investitori istituzionali nel capitale delle imprese quotate negli ultimi 15 anni, con un focus su Ftse Mib, Ftse Italia Mid Cap e Ftse Italia Small Cap.

La quota dei fondi italiani sull’indice Ftse Mib, nel periodo considerato, si ferma intorno al 10% del totale degli investimenti di tutti gli istituzionali, scivolando addirittura all’8% nel 2023. Un dato che si confronta con il 25% della Francia e il 26% della Germania. Solo la Spagna è in linea con il Belpaese, con un peso dei domestici dell’8%. Decisamente più attiva la presenza sulle mid e small cap (le piccole e medie imprese quotate in Borsa), complice anche la spinta dei Pir dal 2017 in avanti: sulle mid cap, in particolare, i fondi italiani sono arrivati stabilmente vicini al 20%, a fronte di una media pre-Pir del 15%. L’introduzione dei Pir ha avuto un peso ancor più importante per le small cap, dove i grandi fondi sono arrivati al 34% per poi stabilizzarsi intorno al 30% del totale. 

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“L’importanza del ruolo degli investitori istituzionali e in particolare dei fondi di investimento nel mercato è nota”, racconta a We Wealth Alberto Villa, responsabile equity research di Intermonte. Essi apportano liquidità, sono investitori “stabili” e svolgono un ruolo di monitoraggio e di “stewardship” nei confronti delle imprese in cui investono, stimolandole a migliorare i propri risultati finanziari e non finanziari e la comunicazione con il mercato. “Analizzando i flussi di investimento e disinvestimento e il trend di mercato, si evidenzia tra l’altro una correlazione positiva tra la maggiore presenza dei fondi e la performance, soprattutto di indici come quelli delle mid-small cap”, aggiunge Villa. “Pertanto, è auspicabile che la presenza degli investitori istituzionali possa incrementare in futuro e colmare il differenziale che attualmente esiste rispetto ad altri paesi europei, dove la presenza dei fondi istituzionali domestici è maggiore, con impatti positivi anche in termini di volatilità”, dichiara l’esperto.

“L’attrattività della nostra piazza finanziaria nei confronti degli investitori istituzionali, in particolare quelli domestici, è un tema di grandissima attualità”, interviene Guglielmo Manetti, amministratore delegato dell’investment bank indipendente. Secondo Manetti, la loro presenza è particolarmente importante “per le imprese a media e bassa capitalizzazione, che più di altre, nonostante performance storiche brillanti, rischiano di non ottenere una copertura adeguata dal mercato e sono trascurate dai grandi asset manager”. Per Giancarlo Giudici, professore ordinario della School of management del Politecnico di Milano e referente scientifico della ricerca, per rilanciare in generale il ruolo di questa tipologia di investitori sarebbe quindi necessario favorire la nascita di comparti specializzati sulle imprese più piccole, ma soprattutto stimolare quanto possibile gli investimenti del sistema produttivo attraverso riforme incisive sull’attrattività del “fare business” in Italia.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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