Fondi sostenibili: costano di meno (e in alcuni casi rendono di più)

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È quanto emerge da un confronto tra fondi azionari europei ed emergenti Esg vs non Esg. Dell’analisi di EY abbiamo parlato con Giovanni Andrea Incarnato, EY Italy Wealth & Asset Management sector leader

Indice

Le attività per rendere i fondi compliant all’articolo 8 o 9 della Sfdr non hanno fatto lievitare i costi, anzi. Il Motivo? La convinzione degli asset manager che questa categoria sarà la preferita dagli investitori

Quanto alla performance i fondi sostenibili focalizzati sull’azionario europeo mostrano a tre anni, anche performance superiori rispetto agli omologhi non green. Ma l’orizzonte di osservazione deve essere più ampio

Wealth & asset management sempre più green. Con quali conseguenze? Tutte positive: minori costi e rendimento che per i fondi europei a tre anni è sensibilmente superiore se sono Esg. È il risultato di un’analisi condotta da Ey, che ha messo a confronto fondi Esg e non Esg della stessa categoria (in particolare fondi gestiti dai principali Asset Manager europei e appartenenti alle categorie “European Equity” e “Emerging Market Equity “). È un’analisi che viene effettuata alla luce dell’entrata in vigore della Sfdr (il 10 marzo 2021) che per la prima volta ha imposto agli operatori specifici obblighi di trasparenza, distinguendo innanzitutto tra prodotti finanziari che hanno un esplicito obiettivo sostenibile (articolo 9) e prodotti che promuovono, tra le altre caratteristiche, fattori ambientali e sociali attraverso l’integrazione dei parametri ESG nell’analisi finanziaria tradizionale (articolo 8). Il mercato è in attesa delle norme di secondo livello che entreranno in vigore il prossimo luglio e della Tassonomia che sarà applicabile dall’inizio del 2022. Ma già il panorama europeo degli investimenti vede una crescente diffusione di prodotti di investimento con rating Esg, compliant con gli Articoli 8 e 9 della direttiva. Dell’analisi su questi prodotti in termini di livelli di costo e performance abbiamo parlato con Giovanni Andrea Incarnato, EY Italy Wealth & Asset Management sector leader.

I fondi European Equity sono in netta maggioranza Esg

“La ricerca mostra innanzitutto che i principali asset manager europei adottano, quasi all’unanimità, strategie Esg per la gestione dei fondi European Equity, mentre per la gestione dei fondi Emerging Market Equity privilegiano ancora una scelta strategica non vincolata dai requisiti di sostenibilità”, esordisce Incarnato. Il 65% dei fondi European Equity analizzati investe secondo i principi Esg e solo il 35% dei fondi mantiene una strategia non Esg. Il fatto che la maggior parte dei fondi European Equity si sia convertita a strategie Esg è dovuto al crescente interesse dei clienti a investire in prodotti con un maggiore impatto sulle questioni ambientali, sociali e di governance. Diverso è il discorso per i fondi Emerging Market Equity, per i quali gli Asset Manager solo per il 37% dei fondi hanno scelto di perseguire una strategia Esg. Questa scelta può essere influenzata dall’esiguo numero di aziende sostenibili presenti nei paesi emergenti. “A differenza dell’Europa, dove molte aziende stanno implementando politiche aziendali più sensibili alle tematiche di sostenibilità – dice Incarnato – nei Paesi Emergenti sono ancora poche le aziende attive in questa direzione e gli stessi governi perseguono politiche diverse da quelle concordate in Europa. Pertanto, è più difficile implementare una strategia Esg”.

I costi? Non sono aumentati

Al netto di queste differenze strutturali tra le due categorie di fondi analizzate, la buona notizia è che viene sconfessata l’ipotesi di maggiori costi di mantenimento dei fondi costruiti in base agli Art.8 e Art.9, dovuti ai numerosi requisiti normativi che questi fondi devono soddisfare. “Dall’analisi emerge invece che sia gli ongoing charge che le management fee risultano inferiori per i fondi ESG rispetto ai fondi non ESG. Questo fattore può essere riconducibile a una ratio commerciale. Infatti, soprattutto per i fondi European Equity, gli Asset Manager hanno deciso di creare ex-novo o di convertire i fondi già esistenti in fondi Esg e allo stesso tempo non hanno ritenuto necessario aumentare i costi dei fondi”. La decisione è riconducibile a più ragioni; una di queste è la convinzione degli Asset Managers che i fondi Esg incontreranno le preferenze degli investitori finali fino a diventare la loro scelta “abituale”. L’altra ragione è la crescente attenzione dei clienti alla trasparenza dei costi; inoltre, come i fondi sostenibili inseguono la trasparenza nei loro investimenti, così i loro costi devono essere trasparenti e non essere incrementati solo per maggior profitto destinato all’Asset Manager o alla Banca Distributrice. “La stessa tendenza può essere vista nei fondi Emerging Market Equity, che comunque presentano costi più alti per la loro natura rispetto ai fondi azionari europei”.

Performance? Risultati in chiaroscuro

E infine la performance: “L’analisi condotta non rivela una chiara differenza tra la performance dei fondi nel breve termine. Il periodo di osservazione dei grafici è di tre anni, in quanto i fondi a strategia Esg non esistevano prima o erano fondi non Esg, pertanto è difficile fare un confronto valido tra le performance. Per il cluster European Equity è possibile però osservare una performance significativamente più alta per i fondi Esg a 3 anni, ma il periodo di detenzione suggerito dagli Asset Manager e la strategia alla base degli investimenti Esg mirano ad una performance di più lungo termine, quindi, per un valido studio delle performance, sarà necessario confrontare i fondi nei prossimi 2 anni”. In ogni caso, per ora, i fondi sostenibili con focus sull’azionario sono più redditizi.

Per il mercato dei fondi Emerging Market Equity, lo scenario è più vario. “Come le scelte degli Asset Manager in termini di strategia non sono uniformi, anche le performance tendono ad essere uguali in quanto il mercato emergente è guidato da forti fattori esogeni che vanno oltre la sostenibilità, come le politiche monetarie dei governi, la produzione e le esportazioni. Inoltre, la ridotta gamma di società ESG a cui il portfolio manager può attingere, implica una significativa perdita di performance potenziale per questo tipo di fondi”, conclude Incarnato.

di Laura Magna

Giornalista professionista dal 2002, una laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi sull’intelligenza artificiale e un master della Luiss in Giornalismo e Comunicazione di Impresa. Scrivo di macroeconomia, mercato italiano e globale, investimenti e risparmio gestito, storie di aziende. Ho lavorato per Il Mattino di Napoli; RaiNews24 e la Reuters a Roma; poi Borsa&Finanza, il Mondo e Plus24 a Milano. Fino al 2025 si è occupata del coordinamento del Magazine We Wealth. Collaboro anche con MF Milano Finanza.

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