Fmi: le banche centrali non potranno rallentare i rialzi

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Il rischio che l’inflazione continui a superare le attese imporrà rialzi dei tassi più ampi e metterà a rischio la tenuta dei mercati, in particolare negli emergenti

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“I rischi di inflazione appaiono fortemente inclinati verso l’alto: esiste il rischio sostanziale che l’inflazione elevata si consolidi e che le aspettative di inflazione si deteriorino”, hanno affermato tre economisti del Fondo monetario internazionale

Un ritmo di rialzo dei tassi più sostenuto rispetto a quanto già incorporato nelle attuali attese “potrebbe provocare un ulteriore brusco calo dei prezzi degli asset di rischio”, ha affermato il Fmi

Nei mesi scorsi l’andamento dell’inflazione è stato costantemente superiore alle previsioni. Al momento, la previsione di base è che i rialzi dei tassi operati dalla maggioranza delle banche centrali cominceranno a frenare la domanda e, di conseguenza, a moderare l’aumento dei prezzi. Secondo gli economisti del Fondo monetario internazionale Tobias Adrian, Christopher Erceg e Fabio Natalucci, tuttavia il rischio più concreto è che l’andamento dell’inflazione continui ad essere superiore alle attese. 

Se questo accadrà le banche centrali non avranno molta scelta: dovranno assumere un politica monetaria ancora più restrittiva che potrebbe produrre, come effetto collaterale, nuovi crolli nei mercati finanziari. 

“I rischi di inflazione appaiono fortemente inclinati verso l’alto: esiste il rischio sostanziale che l’inflazione elevata si consolidi e che le aspettative di inflazione si deteriorino”, hanno affermato i tre autori in un blog post sul sito del Fmi. “I tassi d’inflazione nei servizi – dagli affitti delle abitazioni ai servizi personali – sembrano aumentare rispetto a livelli già elevati ed è improbabile che scendano rapidamente… pressioni che possono essere rafforzate dalla rapida crescita dei salari nominali”, hanno proseguito gli autori, sottolineando come nei Paesi con mercati del lavoro forti, i salari nominali potrebbero iniziare a crescere rapidamente, più di quanto le imprese possano ragionevolmente assorbire, con il conseguente aumento del costo unitario del lavoro che si ripercuoterebbe sui prezzi”. Non solo negli Stati Uniti, ma anche in Italia il mercato del lavoro è particolarmente forte: a giugno il tasso di occupazione italiano ha raggiunto il massimo dal 1977 al 60,1%. 

L’aumento dei prezzi guidato dal costo dei servizi e dagli aumenti salariali “si tradurrebbe in un’inflazione più persistente e in un aumento delle aspettative sull’inflazione futura”. Questo è lo scenario che l’aumento dei tassi punta a scongiurare, ma se quanto fatto finora si rivelerà insufficiente allora non resterà che assumere una politica monetaria ancora più restrittiva, ha affermato il Fmi.

  

“I mercati sembrano credere alla possibilità che l’inflazione si manterrà ben al di sopra degli obiettivi delle banche centrali nei prossimi anni”, con “un’alta probabilità che l’inflazione sarà superiore al 3% nei prossimi anni negli Stati Uniti, nell’area dell’euro e nel Regno Unito”. Se questo scenario di dovesse materializzare, hanno affermato gli economisti del Fmi, “le banche centrali dovranno essere più decise e procedere a una stretta più aggressiva per raffreddare l’economia, e probabilmente la disoccupazione dovrà aumentare in modo significativo”.

Per gli investitori la parte più interessante arriva adesso, perché un ritmo di rialzo dei tassi più sostenuto rispetto a quanto già incorporato nelle attuali attese “potrebbe provocare un ulteriore brusco calo dei prezzi degli asset di rischio, con ripercussioni su azioni, credito e asset dei mercati emergenti”. Non solo: “L’inasprimento delle condizioni finanziarie potrebbe essere disordinato, mettendo a dura prova la capacità di tenuta del sistema finanziario e sottoponendo i mercati emergenti a tensioni particolarmente forti”. 

Per la politica, invece, potrebbe presto presentarsi il conto delle necessaria stretta monetaria perché, come ribadito a più riprese dal presidente della Fed Jerome Powell nel corso dell’ultima conferenza stampa, “l’economia deve rallentare”. E, hanno aggiunto in modo diretto gli economisti del Fmi, la disoccupazione deve tornare a salire. Nessuna di queste mosse aiuta la popolarità dei governi. Sotto questo aspetto, oltre alle elezioni italiane del 25 settembre, vanno ricordate le mid term americane dell’8 novembre – nelle quali si prevede un risultato difficile per il partito democratico del presidente Joe Biden. 

Fmi, Pil italiano rivisto al rialzo nel 2023

Al di là delle difficoltà nella gestione del fenomeno-inflazione, le previsioni economiche aggiornate dal Fondo monetario internazionale hanno mostrato l’Italia in una posizione piuttosto favorevole: nel 2022 si prevede una crescita del 6,6% per lo Stivale, al di sopra della media dell’Eurozona (5,4%) e globale (6,1%). Per il 2023 la crescita italiana è prevista in aumento del 3% (contro il 2,3% previsto ad aprile), mentre per il 2024 si scenderà a un tasso dello 0,7% (in calo dall’1,7% previsto nel precedente documento). 

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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