“Non c’è inflazione, la Fed deve abbassare i tassi”: Donald Trump potrebbe aver rinunciato all’idea di licenziare il presidente della Fed, Jerome Powell, ma venerdì scorso non ha risparmiato una nuova pressione esplicita sulla banca centrale (sul suo social, Truth). Il 6 e 7 maggio il Fomc si riunisce e, secondo la maggior parte degli analisti, deluderà l’ex presidente: nessun taglio dei tassi è previsto all’orizzonte, nonostante gli ultimi dati sull’inflazione relativi a marzo siano stati incoraggianti, con una variazione mensile in calo da +0,2% a -0,1%.
A inizio aprile, Trump ha introdotto una nuova ondata di dazi doganali che aumenteranno il costo delle importazioni, colpendo imprese e consumatori, in particolare sui prodotti cinesi, per i quali è già in vigore una tariffa del 145%. Non è ancora chiaro fino a che punto queste misure protezionistiche, pensate per riequilibrare il disavanzo commerciale statunitense, si tradurranno in un’inflazione più alta. E’ opinione comune che, però, l’innalzamento sarebbe una tantum e quindi meno temuto nella gestione dell’inflazione nel medio termine (su cui si concentra la Fed).
Data l’incertezza, l’ipotesi che circola tra gli analisti è che Powell cercherà di guadagnare tempo, in attesa di dati più chiari sugli effetti economici di questa svolta. Il rischio di una mossa tardiva sarebbe quello di aumentare le probabilità di una recessione negli Stati Uniti – che, secondo varie banche d’affari, superano ormai il 50%. Al contrario, un intervento troppo precoce potrebbe compromettere la credibilità della Fed e contribuire a una ripresa dei prezzi.
Secondo il team Global Credit di Algebris, la Fed dovrebbe lasciare i tassi invariati al 4,25-4,50% nella riunione di mercoledì, senza aggiornare le proiezioni macroeconomiche. In avvicinamento al “periodo di silenzio”, i toni dei membri del board sono rimasti prudenti, riflettendo segnali contrastanti tra un’economia in rallentamento e pressioni inflazionistiche ancora persistenti. I dati sul mercato del lavoro pubblicati venerdì scorso hanno sorpreso al rialzo: i Non-Farm Payrolls sono aumentati di 177mila unità, contro un consenso di 138mila, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4,2%. La stima preliminare del Pil Usa ha indicato una contrazione del -0,3%, in linea con le attese ma meno marcata rispetto alle precedenti revisioni, che indicavano un calo superiore all’1%.
Fed: per i mercati i tagli ci saranno, ma non subito
Che la Fed possa tagliare i tassi nel corso del 2025 è una probabilità ormai scontata dai mercati. Secondo il FedWatch Tool del CME, una prima sforbiciata è attesa a luglio, con altri due tagli previsti entro dicembre, che porterebbero il range dei tassi a 3,75-4%. Le visioni degli analisti, però, restano divergenti. Bank of America prevede tassi fermi per tutto l’anno, mentre Oxford Economics stima un unico taglio a dicembre, sottolineando come la Fed si trovi in una posizione molto difficile, ancora distante dal target d’inflazione al 2%. A marzo, l’inflazione al consumo era al 2,4% su base annua, con un tasso “core”, depurato da energia e alimentari, al 2,8%. Se i dazi dovessero invertire la rotta discendente dei prezzi, sarebbe difficile motivare un taglio dei tassi, a meno di un chiaro peggioramento del mercato del lavoro. Al momento, però, la disoccupazione ad aprile è rimasta al 4,2%, un livello contenuto.
Secondo Goldman Sachs, “l’inflazione elevata non sarebbe comunque un ostacolo per la Fed, qualora il tasso di disoccupazione iniziasse a salire stabilmente a causa dello shock da dazi”. Oltre a un aumento del tasso di disoccupazione e a una debole crescita occupazionale, altri segnali – come la diminuzione delle offerte di lavoro o il calo degli ordini di beni strumentali – “potrebbero convincere il Fomc che le imprese stanno congelando assunzioni e investimenti”. Goldman ritiene che ci vorranno “un paio di mesi per accumulare prove sufficienti nei dati reali per giustificare un taglio”. Dopodiché, si attende tre tagli consecutivi: a luglio, settembre e ottobre.
La visione di Waller (Fed)
Una chiave di lettura sulle prossime mosse della Fed è arrivata anche il 14 aprile dal governatore Christopher Waller, che ha definito il nuovo regime tariffario come uno degli shock più significativi per l’economia americana da decenni, pur riconoscendo che il suo futuro e i suoi effetti restano altamente incerti. Waller distingue due scenari: uno con dazi mediamente al 25% o più, e uno più blando con dazi al 10%. Nel primo caso, se l’economia dovesse rallentare rapidamente, anche con un’inflazione superiore al 2%, il rischio di recessione supererebbe quello di un’inflazione fuori controllo. In questo scenario, Waller si dice favorevole a tagli dei tassi più rapidi e ampi, motivati dalle “cattive notizie” dall’economia.
Se invece l’aumento dei dazi si mantenesse contenuto, la risposta della politica monetaria potrebbe essere più contenuta, lasciando alla Fed margine per attendere ulteriori sviluppi.

