Come riformare il Patto di Stabilità: il Fmi dice la sua

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Il compromesso: regole fiscali applicate in modo meno politico e più tecnico, come chiede il Nord Europa; più capacità fiscale a livello Ue come chiede il Sud

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La percezione condivisa dalla gran parte degli accademici è che le regole fiscali Ue attuali siano troppo complicate, poco incisive nei momenti in cui l’economia va bene (e bisognerebbe spendere meno) e troppo “strette” quando si verifica uno choc

Secondo il Fmi, la revisione del Patto di Stabilità “dovrebbe essere economicamente solida e politicamente accettabile, sulla base degli insegnamenti tratti da diversi tentativi passati di migliorare le regole di bilancio” e in particolare, “sarà fondamentale trovare un equilibrio tra il rispetto della sovranità delle politiche fiscali nazionali e il rafforzamento degli incentivi per l’adozione di politiche sane per l’Ue”

Si parlava di riformarle già prima della pandemia, poi sono state messe in standby a più riprese. Al momento, le regole fiscali dell’Unione europea, previste nel Patto di stabilità, resteranno sospese per tutto il 2023. In seguito, però, rischiano di tornare in vigore in un contesto macroeconomico nel quale rispettarle sarebbe ancora più difficile di prima. In particolare a causa dell’elevato aumento del debito pubblico seguito alla pandemia. 

L’importanza di creare nuove regole che riescano meglio a coniugare il bisogno di stabilità, praticabilità politica e crescita è percepito anche Oltreoceano. Il Fondo monetario internazionale, infatti, ha pubblicato una sua proposta di riforma delle regole fiscali comunitarie – benché si tratti di un soggetto esterno all’Ue. 

La percezione condivisa dalla gran parte degli accademici è che le regole fiscali Ue attuali siano troppo complicate, poco incisive nei momenti in cui l’economia va bene (e bisognerebbe spendere meno) e troppo “strette” quando si verifica uno choc. Inoltre, il taglio programmato della parte eccedente al 60% del rapporto debito/Pil non sarebbe praticabile per quei Paesi il cui debito è troppo grande: li costringerebbe ad accumulare surplus di bilancio tali da soffocare le prospettive di crescita. Un surplus di bilancio si verifica quando lo Stato incassa dai cittadini più di quanto spende. 

La via d’uscita proposta dal Fmi

Come uscirne, allora? Secondo i tre autori del paper, Vitor Gaspar, Alfred Kammer, e Ceyla Pazarbasioglu, “la revisione dovrebbe essere economicamente solida e politicamente accettabile, sulla base degli insegnamenti tratti da diversi tentativi passati di migliorare le regole di bilancio” e in particolare, “sarà fondamentale trovare un equilibrio tra il rispetto della sovranità delle politiche fiscali nazionali e il rafforzamento degli incentivi per l’adozione di politiche sane per l’Ue”.

Per aggiungere l’obiettivo, il Fmi suggerisce di agire su due leve principali. Da un lato, si confermerebbero gli obiettivi del 3% per il deficit e del 60% per il rapporto debito/Pil. Per raggiungere questi target “la velocità e l’entità degli aggiustamenti di bilancio sarebbero legate al grado di rischio fiscale” di ciascun Paese. A farsi giudice di questo rischio ci si affiderebbe a “un’analisi della sostenibilità del debito che utilizza una metodologia comune, sviluppata da un nuovo e indipendente Consiglio di bilancio europeo (Efc) in consultazione con altre parti interessate”. A giudicare, dunque, non sarebbe più la Commissione europea, spesso giudicata troppo politica e poco tecnica nelle sue valutazioni – specialmente da parte dei Paesi “frugali” del Nord Europa. Nel dettaglio, hanno affermato gli autori, “i Paesi con maggiori rischi fiscali dovrebbero convergere verso un saldo di bilancio complessivo pari a zero o positivo nei prossimi tre-cinque anni”. 

In linea con questo primo pilastro si aggiunge l’obiettivo di fissare tetti pluriennali sulla spesa pubblica massima per ciascun Paese. “I consigli fiscali nazionali indipendenti”, come l’Ufficio parlamentare di bilancio, “svolgerebbero un ruolo più incisivo per rafforzare i controlli e gli equilibri a livello nazionale, tra cui la formulazione o l’approvazione delle proiezioni macroeconomiche, la valutazione dei rischi fiscali e la garanzia della coerenza dei tetti di spesa e dei piani fiscali”. Anche in questo caso, si dovrebbe aumentare la responsabilità nazionale sulla politica economica riducendo il ruolo della Commissione europea, spesso considerata come la ‘bacchettona’ in un continuo gioco delle parti che vedeva i governi contrapposti ad una forza “esterna”. 

A questa maggiore severità nell’implementazione dei vincoli di bilancio farebbe da contraltare una capacità di spesa federale potenziata, un po’ come osservato con il Recovery fund, ma con la fondamentale differenza che si tratterebbe di un’innovazione permanente e non più un fondo straordinario. Il nuovo braccio di Bruxelles avrebbe due principali obiettivi: “migliorare la stabilizzazione macroeconomica”, ossia spendere le sue risorse quando c’è una crisi, “consentire la fornitura di beni pubblici comuni a livello Ue, come le infrastrutture per il cambiamento climatico e la sicurezza energetica”. Che l’Europa si occupi di investire in beni pubblici “è diventato qualcosa di più urgente a causa della transizione verde e delle preoccupazioni comuni in materia di sicurezza”, hanno scritto gli autori del Fmi, “un fondo di investimento dedicato al clima è una parte importante della proposta”.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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