Via alla Bundesbank di Nagel: perché sostituire Weidmann sarà dura

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Il falco più autorevole esce di scena, ma le sfide lanciate dall’inflazione e dai debiti post-covid mettono su Nagel pesanti aspettative

Joachim Nagel, 55 anni di cui 17 trascorsi alla Bundesbank ha espresso in passato opinioni di politica monetaria conservatrici in linea con quelle di Weidmann

La convergenza di socialisti e liberali sul suo nome potrebbe far pensare a un nuovo corso più morbido alla Bundesbank

Eppure, le condizioni macroeconomiche tedesche, a partire dal problema dell’inflazione ai massimi da 29 anni spingono parte della stampa tedesca a sperare che che Nagel raccolga l’eredità del suo rispettato predecessore

Inizia ufficialmente, con il nuovo anno, anche il nuovo corso della Bundesbank, sotto la guida di Joachim Nagel. Le aspettative di buona parte della stampa tedesca, attenta agli umori di una Germania tradizionalmente avversa all’inflazione, è che Nagel si riveli un degno erede di Jens Weidmann: il falco più prominente in seno al consiglio direttivo della Banca centrale europea. Il ruolo europeo del presidente della Bundesbank è da tempo narrato come quello del guardiano anti-inflazione, la coscienza conservatrice in una Bce che, da Draghi in avanti, ha assunto sempre più un ruolo protagonista nel sostenere un unione monetaria altrimenti fragile. In questo momento, però, Nagel ha più di un motivo per scegliere la continuità con il suo illustre predecessore: ed è l’inflazione osservata nell’Eurozona e in Germania. A novembre l’indice Hicp dell’Area euro ha raggiunto il 4,9%: il livello più alto mai toccato da quando quest’area valutaria esiste. Prima del 2021, un’inflazione del 4% era stata superata solo un’altra volta, nel luglio del 2008; anche sforamenti al 3% sono stati molto rari e perlopiù concentrati nell’anno della Crisi Finanziaria. In Germania la situazione è ancor più grave, perché l’inflazione ha raggiunto il 5,2% toccando i massimi degli ultimi 29 anni.

Ufficialmente, Jens Weidmann ha abbandonato il suo incarico per ragioni personali. In molti, però, hanno visto in questa decisione il senso di un profondo disaccordo con la direzione che la politica monetaria ultra espansiva condotta dalla Bce. La presidente dell’Eurotower, Christine Lagarde, ha sempre reiterato un messaggio di forte supporto alla prosecuzione delle politiche monetarie espansive, proiettando l’orizzonte per il rialzo dei tassi ben più lontano rispetto alle banche centrali britannica (che ha già proceduto a dicembre con il primo rialzo) e americana (che forse lo farà nel secondo trimestre del 2022). Nella visione di Weidmann insistere sul messaggio espansivo rischia di far cambiare le aspettative degli attori economici: se imprese e lavoratori prefigurano prezzi più alti adeguano prezzi e salari di conseguenza, autorealizzando la profezia di un’inflazione più alta. E questo al netto di tutti quegli elementi transitori che attualmente stanno spingendo i rincari in Europa, legati ai prezzi dell’energia e alla difficoltà nel reperimento di alcuni beni importati, sempre a causa della pandemia.

Weidmann, inoltre, è sempre stato fra i più severi interpreti del mandato della Bce, all’interno del quale non è prevista alcuna responsabilità sul contenimento degli spread sovrani o dei costi di finanziamento per la spesa pubblica dei governi. Per Nagel, che ha trascorso alla Bundesbank 17 anni della sua carriera, non sarà facile mantenere intatta la posizione del predecessore: la crescita dei debiti pubblici, dovuta alle misure anti-covid, ha reso più vulnerabili i Paesi europei qualora si verificasse una decisa risalita dei tassi d’interesse sul debito. Per le economie più indebitate, in particolare, il peso del servizio degli interessi sul totale della spesa pubblica potrebbe tornare a crescere nel giro di alcuni anni se l’attuale equilibrio, fatto di tassi decisamente contenuti, dovesse cambiare.

Evitare una nuova crisi di fiducia nei confronti dei membri più vulnerabili dell’Eurozona, fra cui l’Italia, potrebbe finire in cima ai problemi della Bce a dispetto delle disposizioni di mandato. In questo caso, la politica potrebbe mantenersi accomodante per più tempo, rischiando di accettare un’inflazione un po’ più elevata come “male minore” rispetto a una nuova impennata degli spread.

Nelle due settimane scarse durante le quali Nagel ha aspettato di entrare in carica nessuna esternazione ha permesso di chiarire se le sue posizioni conservatrici, ormai risalenti a diverso tempo fa, sono cambiate. Nel 2015, ad esempio, poco dopo l’avvio del quantitative easing, Nagel affermò che “c’è il rischio che il consolidamento di bilancio richiesto in alcuni paesi dell’Eurozona sia messo in secondo piano” e “aumentando la pressione politica sul consiglio della Bce per rinvii un aumento dei tassi di interesse che è necessario dal punto di vista della politica monetaria”. Ricontestualizzata, questa potrebbe essere una frase dotata di una sua logica anche nella realtà di oggi. Probabilmente, però, i toni esteriori della Bundesbank oggi guidata da Nagel si faranno più morbidi.

Nel frattempo, per mettere gli stati europei nelle condizioni di gestire i propri debiti in un contesto di rispetto dei vincoli di bilancio, si cercherà una difficile riforma del Patto di Stabilità. Anche in questo caso il ruolo della Germania, privata dei suoi fuoriclasse, Angela Merkel e lo stesso Weidmann, cercherà una nuova voce e, probabilmente, difficili compromessi.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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