Tassi, inflazione e bond: perché i rendimenti sono ancora bassi

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Nella settimana del meeting Fed i fondi obbligazionari hanno visto deflussi da 11,29 miliardi di dollari: qual è il quadro per i bond

Con il nuovo corso delle banche centrali “gli spread di credito sono diventati più rilevanti, con i fondi obbligazionari junk”, quelli che investono in aziende a elevato rischio insolvenza, “che hanno subito il più grande esodo di investitori da settembre 2020”, ha affermato nel suo report settimanale Althea Spinozzi, senior fixed income strategist di BG Saxo

Con l’aumento dei rendimenti (e il calo dei prezzi) l’asset class obbligazionaria non ha offerto una grande protezione nel confronto con quella azionaria da inizio anno – che pure ha sofferto a gennaio

La rotta ascendente dei tassi d’interesse, ormai tracciata dalla Federal Reserve e, fra le altre, anche dalla Banca d’Inghilterra, ha colpito duramente le azioni, ma non ha certo premiato l’asset class obbligazionaria. Nella settimana al 26 gennaio, data nella quale la Fed ha comunicato le sue ultime decisioni di politica monetaria lanciando chiari segnali da falco, i fondi obbligazionari globali hanno registrato i deflussi più consistenti dall’aprile 2020: l’emorragia è stata di 11,29 miliardi di dollari, secondo i dati Refinitiv-Lipper.

Questa reazione era in qualche modo attesa: con l’aumento dei tassi d’interesse di riferimento e dei rendimenti i prezzi dei titoli obbligazionari tendono a scendere. In particolare, sono stati i fondi obbligazionari Usa ad aver osservato i maggiori deflussi: 7,04 miliardi di dollari, contro i 3,59 miliardi degli omologhi fondi europei e i 0,03 miliardi di quelli asiatici.

“Nel frattempo, gli spread di credito sono diventati più rilevanti, con i fondi obbligazionari junk”, quelli che investono in aziende a elevato rischio insolvenza, “che hanno subito il più grande esodo di investitori da settembre 2020”, ha affermato nel suo report settimanale Althea Spinozzi, senior fixed income strategist di BG Saxo, “anche il differenziale tra obbligazioni ad alto rendimento e investment grade si sta allargando, indicando che il sentiment nei mercati sta cambiando”.

L’interpretazione più immediata di questa situazione è la seguente: il ritiro dei sostegni monetari, che hanno tenuto a galla un po’ tutte le barche a partire dalla crisi covid, incrementerà i rischi di default, imponendo maggiore prudenza da parte degli investitori e maggiori richieste di rendimento per chi punta sulle obbligazioni “spazzatura”.

Con l’aumento dei rendimenti (e il calo dei prezzi) l’asset class obbligazionaria non ha offerto una grande protezione nel confronto con quella azionaria da inizio anno – che pure ha sofferto a gennaio.

L’S&P 500 a gennaio ha subito un calo del 5,86%, mentre il benchmark US Corporate Bloomberg Fixed income index ha ceduto il 3,37% e lo US Government il 2,44%. In Europa, il Merrill Lynch EMU broad market index ha segnato un calo dello 0,84% a fronte di un rosso del 4,3% per l’Euro Stoxx 600. I bond, dunque, sono stati meno volatili, ma non si sono mossi in modo opposto rispetto alle azioni come un tempo avveniva nelle fasi di debolezza.

In realtà, se si considera il rialzo dei tassi dai minimi storici in atto questa non è esattamente di una sorpresa. Come ha fatto notare il New York Times, oggi “i titoli dei giornali stanno proclamando che i rendimenti dei titoli di stato sono vicini ai massimi da due anni. Ma la cosa che colpisce delle obbligazioni non è che i rendimenti sono aumentati. E’ che rimangono così bassi”.

Nonostante un’inflazione su livelli molto elevati e un deciso incremento del debito pubblico le obbligazioni governative sono state offerte per mesi a tassi interesse estremamente contenuti. In teoria, la somma dei due fattori avrebbe dovuto spingere in alto i rendimenti dei Treasury e dei titoli di stato dei Paesi in situazioni analoghe. I Bund tedeschi decennali, che pure hanno finalmente rivisto un rendimento positivo per la prima volta dal maggio 2019, continuano a  “scontare” un’inflazione tedesca oggi vicina al 5% (mentre tre anni fa, quando i rendimenti erano analoghi a quelli odierni, i prezzi crescevano a un ritmo dell’1,35%). In sintesi, i rendimenti delle obbligazioni “di rifugio” sembrano ancora molto contenuti sulla base dell’esperienza storica in situazioni macroeconomiche analoghe.

Parte del fenomeno si spiega con le aspettative a lungo termine dell’inflazione, che indicano fiducia nel fatto che i prezzi attuali risentano ancora di fattori transitori legati alla pandemia. Se l’inflazione tornerà in linea con i target già a fine 2022, si riduce la minaccia di veder sfumare i ritorni dell’obbligazione.

Il Nyt, tuttavia, ritiene che la domanda di obbligazioni “sicure” sia rimasta sostenuta anche per un’altra motivo: il forte accumulo di ricchezza osservato negli ultimi anni. Fra il 2000 e il 2020 la ricchezza globale è triplicata a 510mila miliardi di dollari. Una notevole porzione di questa abbondanza di risparmio richiede una destinazione sicura che mitighi almeno in parte il deprezzamento costante cui va incontro la liquidità. Da qui la scelta di mettere in portafoglio, ad esempio, dei Treasuries americani. Questo orientamento è particolarmente importante per quella parte di popolazione vicina o già arrivata alla pensione, che preferisce evitare di esporre il capitale al rischio di forti ribassi.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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