Per costruire il motore del nuovo mondo – l’intelligenza artificiale – servono soldi e ne servono tanti. È quanto chiaramente emerge a guardare i bilanci delle big tech, i grandi colossi dell’informatica a stelle e strisce, che sono in questi giorni sono alla prova delle trimestrali. Dopo una sbornia durata tutto un anno, le magnifiche sette hanno infatti sofferto in borsa in questo “Dry January”. Di contro, le ultime settimane hanno visto il riposizionamento del mercato su settori più tradizionali e sulle imprese di più piccole dimensioni, che potrebbero essere le vere vincitrici dell’adozione su larga scala dell’intelligenza artificiale.
Le big tech, l’IA e il rischio concentrazione
I timori degli investitori sono fondati e hanno a che fare con il rischio concentrazione. Investendo infatti nell’S&P 500, il principale indice azionario statunitense, si sta infatti legando la propria performance borsistica all’intelligenza artificiale. Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta rappresentano quasi il 20% della capitalizzazione dell’S&P 500. Aggiungendo le altre tre — Nvidia, Apple e Tesla — il peso complessivo dei Magnificent Seven sale a quasi il 35% dell’indice di riferimento. Il problema di secondo ordine è che queste società sono tutte proiettate sull’intelligenza artificiale. La spesa tecnologica legata all’IA nell’S&P 500 ha infatti superato 1.250 miliardi di dollari negli ultimi 12 mesi, con i Magnificent Seven responsabili di circa il 28% del totale. Tradotto: con una parte così grande dell’S&P 500 legata a un unico tema, la performance dell’indice dipende dal fatto che quel tema produca risultati. Se la spesa per l’IA si traduce in ricavi duraturi e in un’espansione dei margini, l’S&P 500 ne beneficerà.
I capex delle big tech
Gli investimenti in apparecchiature e infrastrutture per data center hanno raggiunto circa 290 miliardi di dollari nel 2024, e le proiezioni suggeriscono che il mercato potrebbe avvicinarsi a 1.000 miliardi di dollari entro il 2030. Ciò che resta incerto è la tempistica del ritorno sull’investimento. Morningstar in una sua recente analisi ha analizzato quanto del flusso di cassa operativo delle Mag7 viene assorbito dalla spesa in conto capitale. Amazon guida la classifica delle big tech che spendono di più: circa il 90% del suo flusso di cassa operativo viene reinvestito in proprietà e attrezzature — per lo più legate ad AWS e all’espansione dei data center. Questo lascia solo 14,8 miliardi di dollari di free cash flow negli ultimi 12 mesi, un margine estremamente sottile per un’azienda della sua dimensione. Segue Meta, con il capex a 64% del flusso di cassa operativo. L’azienda ha già previsto una spesa totale in conto capitale per il 2025 tra 70 e 72 miliardi di dollari, collegando esplicitamente gran parte dell’aumento all’IA e alle infrastrutture. Apple, di contro, spende molto poco in termini relativi: la sua intensità di capex resta sotto il 12%, riflettendo la sua strategia di IA centrata sui dispositivi. Apple non ha bisogno di costruire data center hyperscale per monetizzare l’IA. Si affida invece all’elaborazione on-device e a potenziali partnership per offrire funzionalità IA senza entrare nella corsa agli armamenti infrastrutturali.
Debito da record
Tutto questo ha un costo sia per le big tech sia per l’intero sistema: il debito. Stando a un articolo del Washington Post, che cita i dati di Moody’s Analytics negli ultimi tre mesi del 2025, le aziende tecnologiche hanno emesso un record di 108,7 miliardi di dollari in obbligazioni societarie. È il totale più alto mai registrato per un trimestre ed è circa il doppio rispetto ai tre mesi precedenti. E la tendenza continua nel 2026: circa 15,5 miliardi di dollari in obbligazioni sono stati emessi solo nelle prime due settimane dell’anno. Non è la prima che si vedono livelli così alti di debito. Per esempio, nel 2021 le big tech si sono indebitate di più che nel 2025, indebitandosi per un totale di 296,6 miliardi di dollari. La differenza è che allora i tassi di interesse erano allora molto più bassi, rendendo il finanziamento del debito più economico. Ciò preoccupa non poco gli analisti, perché le nuove obbligazioni diffondono il rischio in tutta l’economia, con centinaia di miliardi spesi in una tecnologia il cui potenziale di profitto non è ancora chiaro.
Meglio puntare sulle small cap?
Se è vero che il 2025 è stato un anno ancora favorevole alle big tech – nel 2025 hanno reso circa il 20%, più del 16% dell’S&P500 e dell’11% del Russell 2000) indice che traccia le performance delle aziende più piccole) – le cose potrebbe cambiare nel nuovo anno.
Anche nel breve termine la stagionalità sembra essere favorevole alle aziende più piccole. Secondo un’analisi di investors.com, le small cap restano generalmente in sordina per gran parte dell’anno fino a novembre, per poi acquisire slancio a metà dicembre. Questo fenomeno, noto come “Effetto Gennaio”, fa sì che le small cap spesso ottengano risultati migliori rispetto alle big cap nel primo mese dell’anno. I titoli di dimensioni minori inoltre tenderebbe a guidare il mercato fino ai primi di giugno, anche se di solito la loro corsa si esaurisce entro l’inizio di marzo. Tant’ è che il Russell 2000 nei primi 30 giorni dell’anno ha sovraperformato l’S&P500 di circa 4 punti percentuali.
Anche guardando al medio termine le small cap potrebbero essere un investimento migliore delle Big Tech. Secondo un articolo della Cnbc infatti queste società stanno beneficiando della seconda fase dell’IA, quella legata alle infrastrutture fisiche come energia, data center, raffreddamento e reti elettriche. Molte operano in nicchie con poca concorrenza e possono crescere molto più velocemente valore rispetto alle mega-cap già mature e sopravalutate. Inoltre, mentre gli indici passivi arrivano tardi su queste aziende, gli investitori possono intercettarle prima che diventino grandi, con un potenziale di rendimento molto più elevato.